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La strategia pro democracy di Condi Rice

Milano. Grandi manovre, in America, per la nuova e ambiziosa strategia bushiana contro "gli avamposti della tirannia". Condoleezza Rice ha presentato i suoi piani di promozione della democrazia e dei diritti umani con un Rapporto dal titolo "Supporting Human Rights and Democracy: The U.S. record 2004-2005". Dopo l’11 settembre, la diffusione della libertà è diventata […]

Milano. Grandi manovre, in America, per la nuova e ambiziosa strategia bushiana contro "gli avamposti della tirannia". Condoleezza Rice ha presentato i suoi piani di promozione della democrazia e dei diritti umani con un Rapporto dal titolo "Supporting Human Rights and Democracy: The U.S. record 2004-2005". Dopo l’11 settembre, la diffusione della libertà è diventata il punto centrale della politica estera e di sicurezza dell’America. Bush ha cambiato con la forza militare il regime in Afghanistan e in Iraq, e poi ha favorito il vento democratico che sta investendo il medio oriente. Il contagio liberale si è diffuso anche nell’ex impero sovietico, sempre ben finanziato dalle casse americane. Ma c’è ancora molto da fare: ieri Freedom House ha presentato i "worst of the worst", la lista dei peggiori regimi del mondo, i diciotto paesi che peggio di altri violano i diritti umani. La cosa bizzarra è che sei paesi su diciotto (Cina, Cuba, Eritrea, Arabia Saudita, Sudan e Zimbabwe) fanno parte della Commissione dell’Onu di Ginevra, l’organo internazionale che in teoria dovrebbe tutelare i diritti umani.
Il rapporto Rice mette insieme tutte le informazioni a disposizione degli Stati Uniti sulle dittature, delinea le strategie da seguire e individua gli spazi d’azione. Per sua natura il Dipartimento di Stato non cerca il regime change, piuttosto si muove nell’ottica della pressione diplomatica ed economica sui governi al potere, ma Condi Rice ha specificato che "la sopravvivenza della libertà nella nostra terra dipende dalla crescita della libertà in altri paesi". Il Rapporto quindi propone, paese per paese, i tipi di intervento necessari: quali movimenti d’opposizione finanziare, quali organizzazioni giornalistiche sostenere e quale tipo di assistenza fornire. In alcuni paesi è molto più difficile intervenire, quasi impossibile, ma la novità della politica estera americana consiste proprio nel far capire a quei governi come il rispetto dei diritti umani e la salvaguardia della libertà siano diventati l’interesse primario degli Stati Uniti. Ecco perché, dice il rapporto, i diplomatici americani hanno cominciato ad affrontare gli argomenti che stanno a cuore ai regimi dittatoriali, vincolandoli al rispetto dei diritti umani e all’avvio del processo democratico.
In un saggio pubblicato da Foreign Affairs, l’analista Steven Cook ha suggerito però di non puntare sulla società civile araba né di insistere sulle pressioni economiche. Non funziona, ha scritto Cook. Il modo migliore per promuovere le riforme nel mondo arabo, secondo Cook, è passare dalla minaccia di sanzioni o di ritorsioni a una politica positiva di incentivi. Washington dovrebbe mettere quei regimi nelle condizioni di fare le cose che interessano all’America in cambio di premi, aiuti e finanziamenti.
Intanto un’iniziativa bipartisan guidata da John McCain e Joe Lieberman, un repubblicano e un democratico, ha partorito un progetto di legge chiamato "Advance Democracy Act" che impegna gli Stati Uniti a promuovere e a rafforzare la democrazia in tutto il mondo con mezzi pacifici. La proposta conferisce nuove ed esplicite competenze pro democracy al Dipartimento di Stato e prevede l’istituzione di un nuovo ufficio "Movimenti democratici e transizioni", di centri regionali dedicati alla promozione della democrazia, ma anche lo stanziamento di altri 250 milioni di dollari annui per aiutare i gruppi democratici e, infine, l’impegno a puntare con maggiore decisione sulla Comunità delle democrazie, cominciando dalla costruzione di un edificio che ne diventi il quartier generale.