Milano. Dieci anni fa, nel settembre 1995, è nato The Weekly Standard, il piccolo settimanale di opinione e di informazione politica che ha contribuito a rilanciare le idee del movimento neoconservatore e fornito alla Casa Bianca di George W. Bush la cornice ideologica per la risposta agli attacchi dell’11 settembre. Il giornale festeggia il compleanno con un numero speciale e con un libro, “The Weekly Standard: A Reader: 1995-2005”, che raccoglie il meglio della produzione decennale. L’idea di fare un settimanale intelligente, ironico e orgogliosamente conservatore è venuta (a un tavolo dell’Utopia Cafè sulla 72esima, nell’Upper West Side di Manhattan) a Bill Kristol e a John Podhoretz, i figli dei due giganti del movimento neocon, Irving Kristol e Norman Podhoretz, ovvero dei due intellettuali liberal newyorchesi che alla fine degli anni Settanta cominciarono un lungo viaggio dentro il mondo conservatore fino a colonizzarlo.
Rupert Murdoch ha finanziato l’impresa, noncurante di sborsare quattrini pur di pubblicare un giornale autorevole, brillante e colto. La sede è stata trovata a Washington nel palazzo che ospitava già l’American Enterprise Institute e poi il Project for a new american century, i due centri studi neocon il cui nome manda in bestia i liberal. Lo Standard vende solo 150 mila copie, ma è il settimanale più influente di Washington, il preferito dal vicepresidente Dick Cheney, lo strumento che addetti ai lavori, politici e giornalisti non possono ignorare. Il suo successo non è soltanto politico, ma anche strettamente giornalistico. Alcune delle sue principali firme sono diventate editorialisti del New York Times (David Brooks), del Washington Post (Bob Kagan), del Los Angeles Times (Max Boot), del Financial Times (Christopher Caldwell) e di altri giornali liberal dall’Atlantic Monthly al New Yorker.
Chi liquida lo Standard come un giornale di destra, guerrafondaio e bushiano sbaglia. Il primo numero è uscito in piena presidenza Clinton, quando la rivoluzione conservatrice di Newt Gingrich cominciava a mostrare i primi segni di affaticamento. Coadiuvato da Fred Barnes, Kristol ha diretto un giornale critico delle politiche clintoniane, ma non ha esitato a sostenerle, e a criticare i repubblicani, quando la Casa Bianca decise di cambiare il regime a Belgrado, di fermare il dittatore Slobodan Milosevic e di ridisegnare la mappa geopolitica dei Balcani.
La ragione sociale dello Standard è stata fin dall’inizio quella di ricordare all’America che la fine della guerra fredda non la esonerava dai compiti di superpotenza e non le garantiva la sicurezza interna. Allora i pericoli erano la crescita cinese e l’espansionismo nazionalista di Saddam Hussein. La prima copertina in favore del cambio di regime a Baghdad è del 1997. Subito dopo, quella copertina divenne la politica ufficiale degli Stati Uniti grazie all’Iraqi Liberation Act promosso da Bill Clinton. Dopo l’11 settembre lo Standard ha spiegato le ragioni della guerra, criticato la gestione del Pentagono, chiesto le dimissioni di Donald Rumsfeld fino ad accusarlo di “disfattismo”. Ancora oggi non perde occasione per bacchettare Bush ogni volta che sembra voler rallentare la pressione pro-democratica in medio oriente. Lo Standard chiese le dimissioni di Rumsfeld e di Paul Wolfowitz, il neocon più alto in grado nel governo, già nell’estate precedente l’11 settembre, mentre alle primarie del 2000 non aveva sostenuto Bush, ma John McCain. E prima ancora aveva sperato nella discesa in campo della colomba Colin Powell. L’unico errore che, dieci anni dopo, Kristol & co. sono disposti ad ammettere.
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14 Settembre 2005