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Tutti i guai di Bush, il presidente conservatore che conservatore non è

Milano. L’ottobre di Bush è stato questo: il leader del Partito repubblicano alla Camera è libero su cauzione. Il leader al Senato è sotto inchiesta per una vendita sospetta in Borsa. Il principale consigliere del presidente, da alcuni definito “il cervello di Bush”, rischia un’incriminazione federale, così come il capo dello staff del vicepresidente Dick […]

Milano. L’ottobre di Bush è stato questo: il leader del Partito repubblicano alla Camera è libero su cauzione. Il leader al Senato è sotto inchiesta per una vendita sospetta in Borsa. Il principale consigliere del presidente, da alcuni definito “il cervello di Bush”, rischia un’incriminazione federale, così come il capo dello staff del vicepresidente Dick Cheney. Questi quattro personaggi, Tom Delay, Bill Frist, Karl Rove e Scooter Libby, sono stati i pilastri della politica bushiana durante il primo mandato. Queste grane d’autunno, che gli amici di Bush preferiscono chiamare “criminalizzazione del Partito repubblicano”, preoccupano la Casa Bianca, anche se potrebbero finire nel nulla. La vicenda di Frist è la meno grave. Il leader al Senato è accusato di aver venduto un pacchetto azionario dell’azienda di famiglia poco prima di un ridimensionamento del prezzo in Borsa. DeLay è stato incriminato da un procuratore eletto nelle liste democratiche per aver smistato finanziamenti legali al Partito repubblicano su candidati del Texas, procedura illegale.
Il caso Rove e Libby è più complicato. Il procuratore federale Patrick Fitzgerald entro il 28 ottobre dovrà accertare se qualcuno dentro l’Amministrazione abbia illegalmente confidato alla stampa il nome di Valerie Plame, l’agente Cia nonché moglie dell’ex diplomatico anti Bush, Joe Wilson. Fitzgerald non ha formalmente accusato nessuno in questi due anni di inchiesta. L’ipotesi più grave è un’incriminazione per “complotto” contro Wilson e Plame ordito da Rove e Libby e, con loro, da Condoleezza Rice, dal suo ex vice, Stephen Hadley, e da un altro paio di alti consiglieri del presidente. Ma può anche non succedere nulla, perché o il nome di Plame non è stato spifferato da Rove & Co. oppure averlo svelato non era reato, visto che la moglie dell’ex ambasciatore lavorava da anni alla sede della Cia di Langley.
Altre voci, più attendibili, sostengono che alcuni funzionari della Casa Bianca, in particolare Libby, rischiano la fine di Bill Clinton ai tempi del “sexgate” cioè di essere incriminati per ostruzione alla giustizia o falsa testimonianza, vale a dire per un reato creato dall’inchiesta nata per indagare su un illecito che non è stato commesso.
Il paradosso giuridico non nasconde il sottobosco di questa vicenda, che è il grande scontro sull’Iraq interno all’Amministrazione, con la Casa Bianca e il Pentagono da una parte e il dipartimento di Stato e la Cia dall’altra. Guai giudiziari a parte, Bush ha altrettanto gravi problemi politici. I sondaggi sul gradimento sono ai minimi. La riforma delle pensioni è stata accantonata. Il deficit del bilancio federale è grande ma, al contrario di quanto diceva Ronald Reagan, non sembra in grado di poter badare a se stesso. La nomina di Harriet Miers alla Corte suprema è un disastro globale di immagine e mercoledì l’avvocatessa del Texas ha ricevuto sia dai repubblicani sia dai democratici i primi rimbrotti ufficiali al Senato per le sue evasive risposte al questionario sulla sua carriera formulato dalla Commissione giustizia.
I conservatori di ogni ordine e grado sono in rivolta. I giornali liberal ovviamente non mollano la presa e non si sono ancora spente le polemiche sui ritardi dei soccorsi a New Orleans. Il paradosso è che le uniche notizie confortanti siano arrivate dall’Iraq, con il successo politico e di partecipazione al voto sul referendum costituzionale.

Quei “gonzi sfortunati”
Non è la tipica crisi che affronta ogni presidente rieletto all’inizio del secondo mandato, questa volta la situazione sembra più simile a quella che, negli anni Novanta, portò alla defenestrazione di Margaret Thatcher in Gran Bretagna. E’ tutta interna, la crisi di Bush, anche se ovviamente non rischia una sfiducia istituzionale. D’altra parte i Democratici non sembrano in grado di contrapporre niente alle sue politiche e il loro gradimento è basso quanto quello dei repubblicani. Secondo l’Economist, i Democratici non hanno nessuna idea credibile sui temi all’ordine del giorno in America e probabilmente non dispongono nemmeno di un’idea e basta. Sull’Iraq, i leader democratici propongono esattamente le stesse cose che sta facendo l’Amministrazione. E ora devono subire il previsto boomerang di Cindy Sheehan, la “peace mom” anti Bush che mercoledì ha spiegato all’America che tra il presidente e Hillary Clinton non c’è alcuna differenza.
Bush ha dato un’ulteriore spallata a un partito democratico che già faceva fatica a imporre la sua agenda nel dibattito egemonizzato dalla Right Nation. I punti di diversità politica si sono assottigliati con un presidente che in Italia erroneamente si continua a descrivere come un estremista conservatore. Eppure non è così, come dimostrano le nomine moderate alla Corte suprema, il compromesso liberale sulle staminali, la politica estera idealista e pro democracy, la spesa sociale e il maggior peso delle strutture federali nella società.
I falchi del deficit e i centri studi reaganiani notano come la spesa pubblica con Bush sia aumentata del 35,8 per cento, dieci punti in più rispetto al più spendaccione presidente americano, Lyndon Johnson. Stesso trend anche senza le spese militari.
Analisti e commentatori criticano apertamente il presidente e lo accusano di aver tradito la rivoluzione conservatrice di Reagan. Fred Barnes, sul Weekly Standard, è uno dei pochi a difenderlo e a definire “bambinesca” la rivolta dei conservatori, perché in fondo su tasse e sicurezza, Bush resta un conservatore, anche se di tipo diverso. L’ex speech writer di Reagan, Peggy Noonan, ieri si è domandata sul Wall Street Journal come Bush potrà salvarsi da se stesso. I conservatori arrabbiati alla Ann Coulter definiscono il presidente “stupido” e ormai indistinguibile dai Democratici. Un precursore delle critiche, come Andrew Sullivan, alle elezioni scorse addirittura ha sostenuto John Kerry. I conservatori sociali riuniti intorno alla rivista American Conservative Magazine da tempo scaricano bile  sul presidente. La rivista liberal The New Republic, con un saggio di Jonathan Chait, ha spiegato che Bush, in realtà, ha utilizzato e poi tradito i suoi compagni di partito. Non è un conservatore, ha scritto. Sono quei “gonzi sfortunati” dei conservatori ad averci creduto.