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Fatti più in là, la battaglia di posizione per la Casa Bianca

Milano. Chiedersi quale sia il miglior avversario possibile per vincere le primarie del proprio partito comincia a essere la domanda più diffusa nei quartier generali dei probabili candidati alla Casa Bianca 2008.A tredici mesi dall’inizio del circuito elettorale, che comincerà col caucus dello Iowa del 21 gennaio, nessuno dei principali protagonisti, sia di destra sia […]

Milano. Chiedersi quale sia il miglior avversario possibile per vincere le primarie del proprio partito comincia a essere la domanda più diffusa nei quartier generali dei probabili candidati alla Casa Bianca 2008.A tredici mesi dall’inizio del circuito elettorale, che comincerà col caucus dello Iowa del 21 gennaio, nessuno dei principali protagonisti, sia di destra sia di sinistra, si è ancora ufficialmente candidato. I più avventurosi, come John McCain e Rudy Giuliani (repubblicani) e John Edwards (democratico), hanno costituito un comitato esploratore per saggiare il terreno. Gli altri, come Hillary Clinton e Barack Obama (democratici) e Mitt Romney e Newt Gingrich (repubblicani), preferiscono aspettare la primavera, se non addirittura ottobre, prima di annunciare la candidatura o rinunciarvi. Di fatto sono tutti in corsa, girano il paese come matti, con particolare attenzione per l’Iowa, il New Hampshire, la Carolina del sud, il Nevada e la Florida, perché proprio in questi stati si terranno le prime consultazioni primarie. Nel frattempo i non-candidati parlano con i potenziali finanziatori, si consultano con gli strateghi elettorali e si giocano i favori dei vertici istituzionali dei propri partiti, mostrando un gran senso di cavalleria per i possibili avversari interni. Quasi tutti ufficialmente girano il paese per promuovere un libro. Obama è in testa alle classifiche col suo “The Audacity of Hope” e per l’occasione ha fatto ristampare anche la sua precedente biografia. Hillary promuove la versione  paperback del suo “It takes a village”. John Edwards gira con la moglie, autrice di un’autobiografia familiare che racconta la morte del loro primo figlio e la recente battaglia, vinta, col cancro al seno diagnosticato subito dopo la sconfitta elettorale della coppia Kerry-Edwards del 2004 contro Bush-Cheney. Newt Gingrich, ex leader repubblicano alla Camera e stratega del Contratto con l’America che fece vincere  i conservatori nel 1994, ne ha addirittura due di libri in promozione: l’ultimo “Rediscovering God in America” sul rapporto tra religione e politica e “Winning the Future” che è una specie di programma di governo riformatore. La sola presenza, anche soltanto potenziale, di questi pesi massimi dei due partiti – capaci di accreditarsi con la stampa e di calamitare i finanziamenti elettorali – ha già fatto alcune vittime illustri: l’ex governatore della Virginia Mark Warner e il senatore dell’Indiana Evan Bayh, entrambi ex possibili candidati democratici centristi. Al momento giusto potrebbe ancora spuntare qualche altro big, come Al Gore e John Kerry tra i democratici e Jeb Bush tra i repubblicani, ma prima di tutto bisognerà combattere e vincere la partita del posizionamento politico. Si tratta di una delicata alchimia tutta interna ai partiti per occupare le caselle di destra, di sinistra e di centro del proprio schieramento. L’area democratica è dominata da Hillary Clinton, malgrado sia odiata da parecchi esponenti del suo stesso partito per mille motivi, a cominciare dal gelo che emana ogni volta che apre bocca. Hillary, però, prepara questo momento dal primo giorno in cui suo marito Bill è entrato alla Casa Bianca. In cassaforte ha un gran bel po’ di quattrini, certamente più di qualsiasi altro, e la sua agenda è fitta di incontri con i grandi finanziatori della politica. La sua eccellente squadra di consulenti politici ha studiato strategie elettorali contro qualsiasi tipo di concorrente democratico, centrista, di sinistra o di destra che sia. A uno a uno, Hillary li sta facendo fuori tutti: Warner e Bayh erano i due più pericolosi perché dotati di curriculum moderato. Sbarazzatasi dell’ala moderata, l’ex first lady si sta spostando a sinistra per evitare che le sue solide posizioni da falca sulle questioni della sicurezza nazionale aprano un varco troppo grande in cui si possa infilare un candidato di sinistra. Ora, infatti, la senatrice di New Yorck dice che se tre anni fa avesse saputo quel che conosce ora non avrebbe autorizzato Bush a invadere l’Iraq. La paura, evidente, è che possa scendere in campo l’ex vicepresidente Al Gore, noto avversario della prima ora della guerra in Iraq, anche se nel 1991 criticò Bush senior perché non approfittò della prima guerra del Golfo per cambiare il regime di Saddam. L’adeguamento a sinistra di Hillary serve anche a parare il colpo della possibile candidatura populista di John Edwards, il quale s’è già pentito del suo voto iracheno più di un anno fa. Nessuno, invece, sembra preoccuparsi di John Kerry, le cui chance di riottenere la candidatura alla Casa Bianca sono sottozero. Senonché, Hillary e i suoi non avevano previsto il fenomeno Obama. Nessuno, in realtà, fino a pochi mesi fa prevedeva che il senatore dell’Illinois potesse essere tentato dallo scendere in campo così presto. Secondo molti editorialisti filo democratici, Obama si farebbe un boccone di Hillary, ma altri ricordano che quasi mai il beniamino dei media riesce a battere il candidato più solido, ben finanziato e meglio consigliato. L’ubriacatura per Howard Dean, alla fine del 2003, e in passato quelle per Mario Cuomo, Bill Bradley e John McCain sono ancora lì a dimostrare che una cosa sono i sondaggi e le copertine delle riviste, un’altra la reale apertura delle urne. Dick Morris, antico sodale dei Clinton diventato da tempo il più grande avversario dei suoi ex datori di lavoro, sostiene al contrario che Obama è una manna dal cielo per Hillary, perché la sua straordinaria presenza da rock star spaventa tutti i possibili avversari di Hillary, a cominciare da Gore, i quali a poco a poco si ritirano o continuano a perdere tempo, lasciando ampio spazio all’ex first lady. Alla fine, sostiene Morris, non ci sarà partita tra la Clinton e Obama, perché il senatore nero è ancora troppo giovane e troppo inesperto per essere pronto per il “prime time” di un’elezione presidenziale. C’è già, peraltro, chi tira fuori potenziali scandali immobiliari che riguardano Obama, cioè favori sull’acquisto di un terreno e di una villa, che riportano ai tempi dello scandalo Whitewater che sconvolse la prima campagna elettorale di Bill Clinton e poi si trasformò nel sexgate con Monica Lewinsky.