Al funerale di Jerry Falwell, il reverendo che negli anni Ottanta creò la destra religiosa e che fino all’altro ieri i giornali raccontavano come uno dei motori della rivoluzione conservatrice e bigotta della Right Nation americana, c’erano trentamila persone. C’erano tutti i grandi capi della coalizione cristiana, da Pat Robertson a Paul Weyrich a Ralph Reed, ciascuno dei quali negli scorsi anni ha raccolto il testimone di Falwell e guidato l’esercito degli evangelici impegnati in politica. Al funerale c’erano anche James Dobson e Tony Perkins, due nomi poco conosciuti al grande pubblico. I due guidano le organizzazioni sorelle “Focus on the Family” e “Family Research Council”, le eredi della “Moral Majority” di Falwell e Weyrich e della “Christian Coalition” di Robertson e Reed. Dobson e Perkins sono i due motori della “Jesus Machine” americana, come racconta un’ottima inchiesta appena pubblicata in America in un bel libro scritto dal giornalista Dan Gilgoff di Us News & World Report.
James Dobson guida un impero mediatico multimilionario: un show radiofonico quotidiano con milioni di ascoltatori e uno straordinario call center che dispensa consigli per la famiglia. “Focus on the Family” ha sede a Colorado Springs, impiega 1.300 persone e produce libri, dvd, cd, con i consigli familiari di Dobson. I suoi toni sono meno apocalittici rispetto a quelli usati da Falwell e Robertson, ma non meno moderati: il bestseller scritto da suo figlio, per esempio, si intitola “Essere intolleranti”. A differenza di altri leader della destra religiosa o del mondo evangelico, Dobson non è sfiorato da nessun tipo di scandalo, né finanziario né sessuale. Per promuovere l’adozione di leggi a favore della famiglia, Dobson ha creato un centro studi, il “Family Research Council”, oggi diretto da Tony Perkins. Il “Family Research Council” fa attività di lobbying a Washington e a livello statale, promuovendo leggi contro il matrimonio gay e campagne per la nomina di giudici contrari alla sentenza Roe contro Wade con cui, nel 1973, è stato liberalizzato l’aborto. La destra religiosa oggi è più organizzata e coesa di un tempo, grazie a Dobson. Il coordinamento è garantito dal misterioso Arlington Group, una riunione informale dei leader evangelici che si incontra regolarmente per discutere la strategia da adottare.
A identificare gli ottanta milioni di cristiani evangelici con le posizioni estreme di Dobson e Perkins, così come prima si faceva con i toni apocalittici di Falwell e Robertson, si commette però un errore, lo stesso compiuto da chi ancora oggi sostiene che il Partito repubblicano sia in mano ai predicatori fondamentalisti. L’editorialista del New York Times, David Brooks, ha scritto che quando qualcuno cita Falwell, Robertson o Dobson per catturare lo spirito politico e religioso dell’America moderna, smette di ascoltare perché chi continua a confondere le posizioni estreme di questi personaggi con il sentimento religioso condiviso degli evangelici americani “o non sa di che cosa sta parlando o è in mala fede”.
Un dato, anzi due, dimostrano come abbia ragione Brooks. Al funerale di Falwell non ha partecipato nessuno, nemmeno uno, dei candidati repubblicani alla Casa Bianca per il 2008. Non c’erano né i favoriti Rudy Giuliani, John McCain, Mitt Romney, né i candidati di seconda fascia, i Mike Huckabee e i Sam Brownback che sono i beniamini della base evangelica del Gop. Sono rimasti a Washington anche i leader del partito, sia quelli della Camera sia quelli del Senato. George W. Bush non ci è andato. Non si sono mossi nemmeno i membri del suo circolo ristretto di consiglieri. Nessun esponente del suo governo ha raggiunto la vicina Virginia per piangere la scomparsa del reverendo. La Casa Bianca si è limitata a inviare uno sconosciuto funzionario di medio livello.
Il secondo dato è bizzarro. Subito dopo la morte di Falwell, avvenuta lo scorso 15 maggio, è cominciata sui grandi giornali liberal una campagna di riabilitazione degli evangelici americani, attraverso la pubblicazione di inchieste sul mondo dei credenti cristiani. Improvvisamente, New York Times e Washington Post, ma anche altri giornali minori, hanno cominciato a raccontarli senza pregiudizi, a separare l’estremismo dei vari Falwell e Robertson dalla moderazione e dalla normalità espressa da gran parte dei fedeli e dai leader delle mega-chiese come Rick Warren, Joel Osteen e Frank Page. I giornali liberal sono arrivati addirittura a spiegare ai probabilmente attoniti lettori delle metropoli liberal che le battaglie che stanno più a cuore ai cristiani americani non sono quelle della “guerra culturale” cara a Falwell, piuttosto quelle liberal e di sinistra, come la lotta contro l’Aids, contro la povertà globale, contro il surriscaldamento terrestre e per salvare dal genocidio la popolazione del Darfur. La Brookings Institution, ovvero il più importante centro studi liberal democratico di Washington, ha sfornato ricerche su questo punto e i giornali hanno riscoperto Bill Galston, un simpatico professore clintoniano che quindici anni fa scrisse un paper sul gap religioso dei democratici rispetto ai repubblicani finito nelle mani di Clinton e considerato alla base della sua vincente stagione centrista. Ora, di nuovo, in gioco ci sono i voti degli evangelici e questa volta i democratici pensano di poter partecipare alla partita, a differenza del 2004.
L’occasione a disposizione dei candidati democratici è seria, anche se rischia di fondarsi sul medesimo errore di analisi di sempre. I democratici sono in fibrillazione perché vedono che i leader della destra religiosa sono gelidi con gli attuali candidati repubblicani alla Casa Bianca. Con qualche ragione, pensano finalmente di poter competere nell’accaparrarsi i “values voters”, gli elettori che votano avendo in mente i valori della famiglia e della tradizione cristiana. Alle elezioni di metà mandato del novembre scorso l’operazione è riuscita, perché i democratici hanno piazzato nelle circoscrizioni repubblicane candidati di centrosinistra con posizioni su aborto, gay e sicurezza nazionale difficilmente distinguibili da quelle degli avversari conservatori. Ora, in vista del 2008, i democratici sentono di poter sfruttare l’opportunità della disaffezione dei leader della destra religiosa nei confronti dei big repubblicani, a causa delle posizioni su aborto, gay e ricerca sulle cellule staminali embrionali. James Dobson, per esempio, ha già detto che mai e poi mai voterà per Rudy Giuliani o per John McCain, tenendosi aperta la possibilità di sostenere l’ex governatore del Massachusetts, Mitt Romney.
Ma questa opportunità per i democratici è reale? Forse no. Primo elemento: se l’investitura della destra religiosa, cioè dell’organizzazione politica del fronte evangelico conservatore, fosse così decisiva per vincere le primarie, avremmo dovuto assistere alla fila dei candidati repubblicani nel corteggiarla e comunque a una corsa a condurre la campagna elettorale più anti abortista e anti gay. Invece è capitato esattamente l’opposto, almeno finora. Nessuno dei vertici della destra americana ha trovato il tempo per andare al funerale del fondatore della destra religiosa, mentre in testa ai sondaggi per le primarie – dove voteranno soltanto i registrati al Partito repubblicano – c’è Rudy Giuliani, un uomo per niente religioso, sposato tre volte, favorevole all’aborto, ai diritti civili per le coppie gay ed ex sindaco di quella città, New York, che secondo Jerry Falwell l’undici settembre è stata punita per aver rinnegato Dio. A seguire Giuliani c’è John McCain, un senatore dell’Arizona noto per le sue infuocate polemiche contro il fanatismo di Falwell. Lo scorso anno, McCain ha riallacciato i rapporti col reverendo fondamentalista ed è pure andato a tenere un discorso alla sua Liberty University, affrontando però soltanto temi di politica estera. Mitt Romney, poi, è mormone, una religione considerata dalla coalizione cristiano-evangelica come una pericolosa setta, alla pari con Scientology.
L’analisi di David Brooks, dunque, pare accurata, tanto più che Dick Cheney si è fatto orgogliosamente fotografare con il bimbo nato con fecondazione eterologa di sua figlia Mary, una ragazza lesbica che vive da sedici anni con la sua compagna. Quanto a Bush, è soltanto di pochi mesi fa il racconto di un suo ex collaboratore, David Kuo, uscito dalla Casa Bianca sbattendo la porta nel momento in cui si è accorto che il circolo dei bushiani definiva “matti da legare” i gran capi della destra religiosa, a cominciare da Falwell e da Dobson. Stando a quanto ha scritto Christopher Hitchens nel suo ultimo libro “God is not Great”, Karl Rove non nasconde agli amici di non essere un uomo di fede.
Il punto è che Falwell, Robertson e Dobson non sono il braccio ideologico della destra americana e non rappresentano l’intero movimento evangelico, come piaceva credere fino a poco fa alla stampa liberal. La distanza tra Falwell, i candidati presidenti del Partito repubblicano e gli elettori conservatori che fin qui si sono espressi attraverso i sondaggi è evidente anche a occhio nudo, a dimostrazione che le analisi sociologiche che per anni hanno raccontato un Partito repubblicano consegnato a chi vorrebbe instaurare in America una specie di teocrazia cristianista erano quantomeno esagerate. Questo non vuol dire che i repubblicani non siano un partito attento alle questioni religiose e alle istanze delle gente che frequenta le chiese almeno una volta la settimana, significa che Jerry Falwell e i suoi più rumorosi successori rappresentano soltanto le loro organizzazioni dotate di agenda politica e certamente influenti in occasione di particolari campagne, ma non il popolo dei credenti evangelici d’America nella sua interezza. Vuol dire, inoltre, che la scomparsa dalla scena politica di un personaggio caricaturale come Falwell fa più danno ai democratici, a cui è stato sottratto il più formidabile spauracchio elettorale degli ultimi decenni.
La storia della destra religiosa è una storia di fallimenti politici uno dietro l’altro e di continue delusioni ricevute dai leader a cui di volta in volta la Jesus Machine si è affidata. Nel 1976 gli evangelici votarono in massa per il democratico e battista Jimmy Carter, il presidente più religioso degli ultimi trent’anni. La convention del partito di quell’anno si concluse con l’invocazione, affidata al padre di Martin Luther King, secondo cui “certamente il Signore ha inviato Carter per far tornare l’America al posto che le compete”. Quell’anno, era il 1976, un anno terminato politicamente con la vittoria dei democratici, fu definito da una copertina di Newsweek “l’anno degli evangelici”. L’altro pilastro, insieme con Falwell, della cosiddetta destra religiosa, Pat Robertson, anche lui venticinque anni dopo convinto che New York si fosse meritata la punizione jihadista per essere diventata la capitale dell’aborto e della sodomia, sostenne Carter. Il democratico vinse il sud e il voto degli evangelici bianchi. Una volta alla Casa Bianca li deluse, non solo per gli stessi motivi – crisi energetica, inflazione e Iran – per cui la gran parte degli americani corse a sostituirlo con un attore hollywoodiano, Ronald Reagan, ma anche per il sostegno all’aborto, all’uguaglianza di genere e per la revoca delle esenzioni fiscali alle scuole private.
Jerry Falwell e Paul Weyrich, per reazione, lanciarono la Moral Majority, sostenendo che i cristiano-evangelici avrebbero dovuto dotarsi di strumenti di pressione politica in modo da poter contare di più a Washington e affrontare la guerra culturale che i liberal stavano vincendo soprattutto grazie ai giudici e ai giornali delle grandi città. Allora, come oggi, il candidato alla Casa Bianca che i repubblicani si apprestavano a scegliere, Ronald Reagan, non aveva il curriculum ideale. Da governatore della California, ben prima della sentenza Roe contro Wade, Reagan firmò la legge più liberale sull’aborto mai approvata in America. Falwell e la sua Moral Majority non ebbero un ruolo decisivo nella prima campagna di Reagan, al contrario di quanto hanno lasciato credere. In ogni caso, la Casa Bianca di Reagan ha fatto di tutto per infastidire la Moral Majority di Falwell, a cominciare dalle nomine alla Corte suprema. L’organizzazione di Falwell fallì proprio per questo, perché il reverendo si era lasciato ammaliare dal presidente californiano e non aveva portato niente a casa. Nacque così la “Christian Coalition” di Pat Robertson e Ralph Reed, con l’esplicito obiettivo di costruire una formidabile macchina da guerra in tutto il paese. Robertson si candidò alla presidenza contro Bush padre e, una volta sconfitto, lasciò ampio spazio al giovane Reed di costruire un movimento politico, più che un’organizzazione religiosa come quella ideata da Falwell. Ancora una volta, il candidato amico arrivato alla Casa Bianca, Bush senior, non considerò affatto le istanze più estreme della destra religiosa. Nel 1992, durante la convention precedente la sfida con Bill Clinton, Bush senior decise di dare spazio all’ormai scontentissima Christian Coalition, praticamente appaltandogli il “prime time” televisivo della convenzione. Secondo diversi analisti, è stata una delle principali scelte politiche alla base della sconfitta bushiana. Con Clinton alla Casa Bianca, la coalizione cristiana ha avuto un nuovo slancio, riuscendo a penetrare buona parte del Partito repubblicano grazie all’acume politico di Ralph Reed. Ma, di nuovo, i risultati in termini di successi su aborto, gay e questioni etiche sono stati nulli. Reed è stato accusato di essere più fedele al Partito repubblicano che a Dio ed è stato costretto a lasciare la Christian Coalition. Senza Reed, l’organizzazione è scomparsa, tanto che nel 2000 – secondo la famosa analisi elettorale di Karl Rove – a George W. Bush mancarono i voti di 4 milioni di evangelici, rimasti a casa. Quattro anni più tardi, per la sfida contro John Kerry, Bush assunse Ralph Reed per guidare la campagna di mobilitazione degli evangelici, i quali furono sollecitati a votare, grazie anche a una serie di referendum anti nozze gay promossi negli stati chiave da Dobson. Bush è tornato alla Casa Bianca, ma non ha soddisfatto le richieste della destra religiosa, al punto che ora è accusato di aver sfruttato e poi preso in giro la Jesus Machine.
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30 Maggio 2007