New York. In poche righe la storia è questa: New Republic, uno storico e importante giornale liberal favorevole alla guerra in Iraq, ma in crisi di copie a causa della medesima guerra, prima ha cambiato proprietà, direttore e linea politica e poi, concedendo ai suoi detrattori il minimo sufficiente di autocritica, ha provato con nuovi e rinnovati entusiasmi a conquistare spazi tra il pubblico pacifista della sinistra americana. Come? Pubblicando i diari di un soldato in Iraq testimone di aberrazioni, mostruosità e crudeltà commesse dai suoi commilitoni corrotti dalla guerra sbagliata di George W. Bush.
Questa estate un giornalista del Weekly Standard, magazine neoconservatore rimasto favorevole all’intervento militare in Iraq, ha fiutato che qualcosa nel racconto del “Baghdad diarist” non tornava e ha scoperto che un’inchiesta formale dell’esercito aveva decretato le accuse del soldato-diarista fortemente esagerate o inventate di sana pianta. Il diarista aveva scritto che i militari si divertivano a uccidere cani randagi e che si eccitavano a vedere i visi e i corpi delle soldatesse dilaniate dalle bombe di al Qaida. Il giovane direttore di New Republic, Franklin Foer, fratello dello scrittore Jonathan Safran Foer e nominato alla guida del quasi centenario magazine dopo il passaggio di proprietà da Martin Peretz alla famiglia canadese degli Asper, ha difeso con i denti il suo corrispondente, se l’è presa con l’esercito, con i concorrenti e ha denunciato vari complotti della destra guerrafondaia. Soprattutto ha ribadito che il suo collaboratore Scott Thomas Beauchamp aveva raccontato la verità, macchiata soltanto da qualche piccola imprecisione. Una su tutte: alcune delle crudeltà raccontate nel diario da Baghdad non sono avvenute in Iraq, cioè nella guerra recentemente odiata dai liberal, ma in Afghanistan, la guerra mai messa in discussione dalla sinistra americana.
La vicenda è andata avanti per tutta l’estate con i giornali conservatori a caricare a pallettoni contro l’ennesimo oltraggio alle truppe, alla patria e alla verità compiuto dal giornalismo militante liberal e con New Republic, non particolarmente sostenuto dai giornali di sinistra, a difendersi dalle accuse, a confermare il contenuto dei diari, ma anche con la difficoltà di trovarsi, per la seconda volta in meno di dieci anni, al centro di un caso di falsificazione dei contenuti dei propri articoli. Nel 1998, infatti, il giovane cronista Stephen Glass fu licenziato da New Republic per una serie di articoli completamente inventati (la storia è finita al cinema, nel film “Shattered Glass – L’inventore di favole”). Più di recente, un altro cronista di New Republic, Lee Siegel, titolare di un blog poco visitato ospitato sul sito della rivista, è stato licenziato da Foer perché scriveva sotto falso nome commenti entusiasti ai suoi stessi interventi sul blog, come a dimostrare che le sue opinioni destassero comunque interesse e provocassero dibattito.
Il diarista di Baghdad, invece, non è stato cacciato, anzi è stato licenziato un assistente dell’editore, Robert McGee, perché aveva passato informazioni al Weekly Standard. Un intreccio familiare spiega il motivo dello strano comportamento di Foer: la moglie del diarista di Baghdad è Elspeth Reeve, una giornalista di New Republic (meno di un mese fa si è licenziata). Nelle parole di Foer, lei è stata “una delle ragioni per cui abbiamo trovato credibile Scott Thomas Beauchamp”.
Il caso del diarista sembrava essersi concluso, ma mercoledì Drudge Report ha messo online le trascrizioni di una telefonata tra il direttore Foer e il soldato, alla presenza degli avvocati delle parti. Il testo della telefonata dice che il soldato non voleva difendersi dalle accuse. “Aiutaci – gli ha detto il vicedirettore di New Republic – perché la reputazione del giornale è stata trascinata nel fango”. Malgrado il rifiuto di Beauchamp, Foer ha continuato a rivendicare la veridicità dell’articolo, spiegando che “in quella telefonata il soldato non era libero di dire ciò che voleva, perché si trovava alla presenza del suo comandante”. Mentre, in una conversazione successiva senza i superiori, avrebbe ribadito di non essersi inventato nulla. La trascrizione, però, svela che Foer ha chiesto a Beauchamp di cancellare due interviste già fissate col Washington Post e con Newsweek, probabilmente per evitare che il soldato rifiutasse ancora di difendere il suo articolo. Il rapporto interno dell’esercito, citato da Drudge, dice che Beauchamp “non è una fonte credibile”, che le sue accuse sono “totalmente inventate” e che l’improvvisato corrispondente del magazine che voleva rifarsi un minimo di verginità pacifista, in realtà, “desiderava utilizzare la sua esperienza militare per migliorare il suo modo di scrivere, per legittimare il suo lavoro e per diventare, magari, il nuovo Hemingway”.
Christian Rocca
PS.
Ho avuto notizia, ad articolo già pubblicato, che a Beauchamp è stata offerta la possibilità di tornare in patria dai miliatri, ma che ui è voluto restare in Iraq, dove sta combattendo in una delle zone più pericolose del paese. Cappello giù.