Barack Obama è alla Casa Bianca soltanto da una decina di giorni, ma la stampa liberal americana ha già sfoderato il fantasma del Vietnam. Seguirà anche quella europea. L’Afghanistan, scrive Newsweek in copertina, potrebbe diventare, forse è già, “il Vietnam di Obama”, con tanti saluti all’idea dominante degli ultimi anni secondo cui c’era una “guerra giusta” contro i talebani e una “sbagliata” per destituire Saddam. Si nota comunque un passo avanti rispetto a quando il timore era che l’Afghanistan potesse diventare “l’Iraq di Obama”. L’idea, allora, era che la situazione a Baghdad fosse compromessa e che la nuova strategia di George W. Bush e di David Petraeus fosse destinata a peggiorare le cose. Anche Obama ne era convinto, ma è successo il contrario e la missione ora è compiuta.
Il neopresidente non ha ancora spiegato se e come cambierà strategia in Afghanistan. L’approccio è più militare rispetto al passato, non solo perché invierà altri soldati, ma anche perché la missione è concentrata più su al Qaeda e i talebani che sul “nation building” (che sarà lasciato alla Nato). Obama ha nominato come ambasciatore a Kabul Karl Eikenberry, il generale che in passato ha comandato le operazioni in Afghanistan, una scelta insolita per un ruolo diplomatico. Fino a poco tempo fa si criticava il ruolo predominante del Pentagono nella politica estera, ma ora il dossier Afghanistan è in mano a quattro generali: Eikenberry, Petraeus, il comandante a Kabul David McKiernan e il consigliere per la Sicurezza nazionale Jim Jones. Good morning, Afghanistan.
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3 Febbraio 2009