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L’altro festival del giornalismo

I  giornali americani chiudono, quelli italiani cambiano direttori e, si dice, presto saranno costretti a procedere ad ampie ristrutturazioni redazionali, cioè a prepensionare decine e decine di giornalisti. Le copie sono in calo, la pubblicità non si vede e gli introiti generati da Internet sono ancora bassi. C’è di più: la classe dirigente giornalistica è […]

I  giornali americani chiudono, quelli italiani cambiano direttori e, si dice, presto saranno costretti a procedere ad ampie ristrutturazioni redazionali, cioè a prepensionare decine e decine di giornalisti. Le copie sono in calo, la pubblicità non si vede e gli introiti generati da Internet sono ancora bassi. C’è di più: la classe dirigente giornalistica è ancora quella cresciuta con dimafonisti e macchine per scrivere e, soprattutto, i modelli organizzativi delle redazioni sono superati dai tempi. La grande campagna 2009 per salvare i giornali, ha scritto il direttore del Times Bill Keller, sembra essere diventata nobile come quella per salvare il Darfur.
A Perugia, intanto, si celebra il Festival del giornalismo tradizionale (l’aggettivo “tradizionale” non compare sui manifesti), quello dell’impegno civile e delle suole delle scarpe da consumare, con un programma più da retrospettiva del secolo scorso che da riflessione sul futuro. E viene da chiedersi di che cosa diavolo discutano, a Perugia.
I giornali cartacei non sono il passato, come teme qualcuno, anzi tra cinquant’anni è più probabile che su piazza ci saranno ancora loro, più che i molti siti Internet oggi di gran moda. A essere cambiata, grazie ai blog, a Google, agli aggregatori di notizie e commenti, è la professione giornalistica, la circolazione delle idee e l’accessibilità delle notizie. Un tempo i giornalisti facevano conto sulle fonti riservate. Oggi le fonti sono più aperte che mai e disponibili a tutti, visto che su Internet si trova sempre qualcuno che spulcia, seleziona e rielabora idee e notizie, rilanciandole in tempo reale in tutto il mondo.
Negli Stati Uniti, dove questo nuovo modello si è già affermato, il panorama informativo è cambiato, in particolare durante l’ultima campagna elettorale presidenziale. Il New York Times, il Washington Post e il Wall Street Journal sono sempre centrali, così come i grandi network televisivi e i canali all news, ma a dettare l’agenda politica ormai sono i blog e le decine di siti che pescano dai giornali tradizionali, non solo perché ormai il presidente Barack Obama non fa più distizione tra new e old media, ma anche perché sono più agili e capaci di raggiungere i lettori istantaneamente.
Fino a un paio di anni fa il sito imprescindibile era Drudge Report, la “cosa nuova” rispetto ai ricchi siti del Times e del Post. Poi è arrivata la versione di sinistra di Drudge, l’Huffington Post di Arianna Huffington. La campagna elettorale ha trasformato Drudge e Huffington in “mainstream media”, in siti di informazione tradizionale più simili ai grandi giornali che alle nuove iniziative editoriali. L’iniziativa editoriale della svolta è stata The Politico, con i suoi blog che producono mini scoop di politica interna a ritmi vertiginosi. The Politico è uno dei pochi giornali americani in crescita, anche se il 60 per cento dei suoi introiti dipende dalla pubblicità contenuta sulla versione cartacea distribuita gratuitamente nei palazzi del potere di Washington. Il suo mattutino “Playbook”, una rassegna stampa commentata da Mike Allen, arriva ogni mattina prima del caffè nelle caselle email di tutti quelli che vogliono sapere che cosa sta succedendo, ma anche il super blog su Obama, “44”, è una fonte strepitosa di informazione, così come il Daily Beast di Tina Brown. Anche se mai quanto Realclear.com e, soprattutto, memorandum.com, i due siti grazie ai quali si può fare a meno di leggere i giornali e i blog.
Le grandi organizzazioni giornalistiche si sono adeguate alla nuova tendenza: Times e Post hanno decine e decine di blog, ma a essere imperdibili sono le analisi e le rassegne stampa mattutine della Abc e di Msnbc, rubricate sotto le testate “The Note” e “First Read”, assieme al blog “The Page” di Mark Halperin ospitato da Time magazine con la più completa agenda della giornata. Più politici, ma impossibili da ignorare, sono i blog liberal di New Republic, quelli conservatori di Commentary (contentions), National Review (corner) e Weekly Standard (worldwidestandard), più quelli di politica estera di Foreign Policy e quelli intellettuali dell’Atlantic Monthly (uno dei quali, curato da Ross Douthat, è valso al suo autore l’assunzione come opinionista del New York Times).