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Obama fa cancellare la condanna al senatore e i pm finiscono alla sbarra

New York. La giustizia politicizzata, gli eccessi dei magistrati militanti e la loro influenza negativa sul corretto processo democratico non sono soltanto una prerogativa dell’intreccio politico e giudiziario italiano. Succede anche in America e c’è voluto l’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca e del suo svelto ministro della Giustizia Eric Holder per scoperchiare, usando […]

New York. La giustizia politicizzata, gli eccessi dei magistrati militanti e la loro influenza negativa sul corretto processo democratico non sono soltanto una prerogativa dell’intreccio politico e giudiziario italiano. Succede anche in America e c’è voluto l’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca e del suo svelto ministro della Giustizia Eric Holder per scoperchiare, usando le parole di un giudice che su indicazione dell’Amministrazione Obama ha annullato la condanna nei confronti di un importante senatore repubblicano, uno dei casi più “scandalosi” di “condotta inappropriata” da parte dei magistrati dell’accusa.
La storia è quella dell’ex senatore dell’Alaska Ted Stevens, decano dei senatori repubblicani a Washington e noto per la sua capacità di intercettare soldi federali e destinarli al suo stato. Dopo quarant’anni di servizio a Capitol Hill, Stevens è stato sconfitto alle elezioni di novembre scorso per poco più di tremila voti di scarto. Una settimana prima delle elezioni, l’ottantacinquenne senatore era stato giudicato colpevole da una giuria federale su ciascuno dei sette capi di imputazione che gli erano stati contestati dalla pubblica accusa, sostanzialmente per non aver dichiarato di aver ricevuto favori del valore di 250 mila dollari da un imprenditore che gli aveva risistemato la casa. Gli elettori dell’Alaska, dopo la condanna arrivata sette giorni prima del voto, lo hanno punito regalando ai democratici un seggio inaspettato e decisivo per consolidare la maggioranza al Senato del partito di Obama.
Stevens è diventato il simbolo della corruzione politica di Washington, l’uomo perfetto da dare in pasto alla crescente rabbia populista dell’opinione pubblica, già colpita dalla crisi economico-finanziaria. Non era una questione di sinistra contro destra, ma bipartisan. I procuratori erano stati nominati dal presidente George W. Bush, collega di partito di Stevens, e il dipartimento della Giustizia che ha coordinato l’accusa era guidato dai repubblicani. I colleghi di Stevens al Senato, repubblicani e democratici, ancora prima del risultato elettorale, gli avevano intimato di dimettersi dal suo seggio, anche perché se per caso avesse vinto le elezioni lo avrebbero espulso con ignominia. Altrettanto duri erano stati i commenti dei candidati presidenziali Obama e John McCain, entrambi colleghi di Stevens, così come quello della governatrice repubblicana dell’Alaska Sarah Palin.
Qualche giorno fa, senza che nessun conduttore televisivo abbia intonato canti partigiani, il dipartimento della Giustizia di Obama ha deciso di cancellare la condanna di Stevens e di rinunciare a ogni futuro processo nei confronti del senatore, nel frattempo diventato ex. Stevens ora è un uomo innocente, anche se privato del suo seggio. E’ successo che il dipartimento della Giustizia di Obama ha scoperto che i magistrati dell’accusa avevano nascosto alla difesa un testimone decisivo che avrebbe discolpato il senatore e, inoltre, anche un interrogatorio di un altro testimone chiave che contraddiceva quanto aveva poi riferito al processo.

Le pressioni dei democratici su Bush
Il 7 aprile, il giudice federale di Washington, Emmet Sullivan, ha formalmente esonerato il senatore Stevens e ha deciso di incriminare i magistrati che avevano messo sotto processo il senatore, accusandoli di aver deliberatamente e ripetutamente abusato del loro potere. “In quasi venticinque anni di carriera – ha detto il giudice – non ho mai visto niente di simile agli abusi e alla malagestione di questo caso”.
A finire sotto accusa c’è anche il dipartimento della Giustizia e, in particolare l’ufficio di integrità pubblica guidato da William Welch, nominato due anni fa dalla precedente amministrazione repubblicana. Bush era stato accusato di aver politicizzato il dipartimento di Giustizia, reo di fermare o rallentare le inchieste anti corruzione contro i politici repubblicani. L’aggressivo procuratore Welch, noto per aver condotto numerose inchieste anti corruzione locali, era stato scelto proprio per soddisfare le critiche dei democratici e smentire l’idea che l’Amministrazione Bush avesse un occhio di riguardo per i politici repubblicani. Il risultato è stato che gli uomini di Bush hanno provato a condannare il repubblicano Stevens in modo così tenace da non garantirgli un giusto processo.
Il giudice federale che ha cancellato la condanna di Stevens non si è fidato dell’inchiesta del ministero e ha nominato un esperto esterno per condurre le indagini sugli abusi commessi dall’ufficio di Welch. Mercoledì, infine, il ministro Holder, ha addirittura sostituito Welch e i vertici dell’ufficio etico che ha coordinato il processo contro il senatore Stevens.