Dialoghi semiseri21 aprile 1985, il Brasile sull’orlo dell’abisso

Il 21 aprile 1985, 28 anni fa, moriva a San Paolo Tancredo Neves, storico leader della lotta alla dittatura e primo presidente eletto dopo la fine del regime militare. Colto da malore poche ore pri...

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Il 21 aprile 1985, 28 anni fa, moriva a San Paolo Tancredo Neves, storico leader della lotta alla dittatura e primo presidente eletto dopo la fine del regime militare. Colto da malore poche ore prima dell’insediamento, il 14 marzo di quell’anno, operato d’urgenza all’ospedale militare di Brasilia, poi trasferito a San Paolo, morirà dopo 45 giorni di agonia per un tumore al pancreas non diagnosticato in precedenza, senza mai aver ripreso conoscenza e senza mai essere entrato in carica. L’intera nazione, attonita, segue gli eventi, scanditi dai bollettini medici che si succedono di ora in ora, in quello che diventa un vero e proprio psicodramma collettivo. Sotto pessimi auspici assume la presidenza il suo vice, José Sarney, figura di secondo piano e compromessa con la dittatura, un “presidente per caso” privo di legittimazione politica e di piani per affrontare la crisi economica. Invece della rinascita democratica a lungo attesa, il Brasile conosce per oltre un decennio stagnazione, iperinflazione, instabilità politica, drammatico allargarsi della forbice della disuguaglianza sociale. È la decada perdida brasiliana, dopo Sarney sarà eletto Collor, protagonista di iniziative destabilizzanti in politica ed economia, prima di essere rimosso a seguito di un impeachment per corruzione. Solo alla fine del 1994, con l’elezione di Fernando Henrique Cardoso (poi rieletto nel 1998), il Brasile ritrova la strada della crescita che, attraverso i due mandati di Lula, e poi della sua pupilla Dilma Rousseff, lo consacreranno tra le grandi potenze di inizio millennio.

Per ricordare quel drammatico periodo, pubblichiamo un brano tratto da Brasile senza maschere. Politica, economia e società fuori dai luoghi comuni, di Diego Corrado, in libreria per i tipi Università Bocconi Editore (qui l’indice del libro e la prefazione di Alberto Martinelli).

Il Brasile gode oggi di un’invidiabile stabilità politica, frutto di un lungo cammino, che tuttavia ha rischiato di essere stroncato prima ancora di prendere avvio, ricacciando il paese nell’instabilità dalla quale cercava faticosamente di uscire.
Perché il Brasile contemporaneo è figlio di uno psicodramma collettivo che avrebbe destabilizzato paesi di ben più radicata democrazia, durato un mese e mezzo, durante il quale con il primo presidente democraticamente eletto, colpito da malore alla vigilia dell’insediamento, pareva in agonia lo stesso processo di ridemocratizzazione.
Vale dunque la pena ripercorrerne sommariamente i momenti cruciali.
È il marzo 1985 e Brasilia si prepara all’insediamento del primo presidente democraticamente eletto dopo oltre vent’anni di dittatura militare.
La transizione dolce preparata dagli stessi militari a partire dalla abertura degli ultimi due presidenti con le stellette, Ernesto Geisel e João Figueiredo, in carica tra il 1974 e il 1985, è frutto di un lungo percorso fatto di reciproche concessioni, di fughe in avanti e passi indietro.
Il regime ha capito ormai che il suo tempo è finito, che i fermenti della società, del mondo operaio, degli studenti, delle rivendicazioni dei movimenti civili non gli consentono ulteriori spazi di manovra.
Nel 1980 a San Paolo un gruppo di intellettuali, sindacalisti, attivisti delle comunità ecclesiali di base ha fondato il Partido dos Trabalhadores. Negli anni successivi le forze di opposizione hanno agitato il paese con campagne che hanno messo alla corda un sistema che con la crisi economica ha perso l’unica fonte di legittimazione rimasta, quella di essere il garante dello sviluppo, seppure non destinato a tutti: le ondate di scioperi nell’area più industrializzata del paese, la cintura di San Paolo, hanno portato alla ribalta nazionale il giovane leader del Sindacato dei Metallurgici di São Bernardo do Campo, l’allora trentacinquenne Luiz Inacio Lula da Silva, e insieme a lui una nuova leva di intellettuali, artisti, politici, come Fernando Henrique Cardoso, José Serra, José Dirceu, oppositori politici che rientrano in patria o escono dalla clandestinità approfittando dell’amnistia concessa dal regime nell’agosto 1979.

Le proteste operaie si saldano con le rivendicazioni della borghesia progressista. L’inflazione, figlia di un sistema che per correggere le distorsioni derivanti dal dirigismo dei militari è iperindicizzato, è a livelli insostenibili. Il protezionismo e il dirigismo con cui è gestita l’economia nazionale ingessano il sistema produttivo, causando inefficienze che vengono scaricate sulla classe operaia.
Il movimento Diretas Jà, elezioni dirette subito, percorre il paese, e nelle sue manifestazioni a fianco degli oppositori storici, di esponenti del mondo dell’arte e dello spettacolo vi fanno le prime esperienze giovani militanti che costituiranno la futura classe politica. Sconfitta la proposta di modifica costituzionale in un Parlamento che pure presagisce già la fine di un’epoca, si fa strada l’ipotesi del compromesso, di lasciare la scelta alle camere.
Il ticket sul quale finalmente convergono un numero sufficiente di consensi, nella storica elezione del 15 gennaio 1985, è quello che pare assicurare un ragionevole equilibrio tra discontinuità e garanzie per chi ha accettato di passare la mano pur avendo ancora la possibilità di chiudersi a riccio mantenendo i vecchi privilegi.
Il presidente eletto è Tancredo Neves, oppositore moderato di lungo corso – era stato primo ministro di João Goulart, il presidente deposto dal golpe del 1964 –, che come suo vice sceglie José Sarney, tipico esponente delle oligarchie del nord-est, che ha da poco abbandonato le fila del partito filo-dittatura Aliança Renovadora Nacional, Arena. Il vicepresidente nell’architettura costituzionale di allora, del resto vigente ancora oggi è – un po’ come accade negli Stati Uniti – una figura di mera rappresentanza, salvo il caso estremo in cui succede al presidente che non sia più in grado di svolgere il suo mandato. Ma in un frangente in cui il ritorno alla democrazia tingeva tutto di rosa, un’ipotesi così funesta appariva remota, ed effettivamente il 14 marzo 1985 a Brasilia nessuno pensava a Sarney, mentre Tancredo si apprestava a ricevere la fascia presidenziale dall’ultimo presidente militare.
Benché nelle ricostruzioni a posteriori non manchi chi ricordi come il presidente eletto manifestasse sintomi di malessere già in precedenza, la notizia che Tancredo fosse stato ricoverato a poche ore dall’insediamento sorprese il Brasile intero.
Immediatamente operato d’urgenza all’ospedale militare di Brasilia, poi trasferito a San Paolo, non avrebbe più ripreso conoscenza sino alla morte, avvenuta 45 giorni dopo, causata da un tumore del pancreas. Fernando Henrique Cardoso, l’intellettuale di fama internazionale che già era una figura di riferimento nel Parlamento tornato alla democrazia, racconta nella sua autobiografia la concitazione e l’incertezza di quei momenti.
La notte stessa del ricovero di Tancredo piombò con un gruppo di leader, insieme ai quali partecipava al ricevimento in onore del presidente del Portogallo, a casa di un eminente giurista, Leitão de Abreu, in quel momento ministro-chefe da Casa Civil ed ex membro del Supremo Tribunal Federal.
Il drappello non poté consultare la biblioteca del padrone di casa, già imballata per il trasloco che sempre accompagna ogni transizione, ordinaria o storica che sia. Spuntò una copia della Costituzione, che «fu letta con attenzione da tutti noi», ricorda Cardoso. In quella specie di jam session giuridica, in cui a fianco del luminare del diritto persone di grande autorevolezza ma assolutamente digiune di nozioni giuridiche si esercitavano come improvvisati autodidatti in una difficile esegesi costituzionale, era chiaro il dilemma di fronte al quale si trovava il paese in quel momento già di per sé eccezionale. Chi era il successore designato, visto che il vicepresidente eletto ancora non era insediato e dunque non era ancora nell’esercizio delle sue funzioni? Mentre l’interessato diplomaticamente si schermiva, dicendo che in tale situazione (che peraltro tutti ritenevano assolutamente temporanea, all’ora in cui la decisione fu assunta) la supplenza spettava al presidente della Camera dei Deputati, Ulysses Guimarães, a sua volta storico oppositore del regime militare, la questione sullo sfondo era chiara: quale sarebbe stata la reazione dei generali, dinanzi a un esito diverso da quello concordato e costruito con una paziente opera di diplomazia politica durante i mesi precedenti?

Alla fine il prescelto fu Josè Sarney, figura ambigua che appariva paradossalmente scontentare tutti, i suoi antichi alleati per la recente «diserzione», il fronte democratico per una conversione troppo fresca per non apparire strumentale.
Divamparono polemiche e reciproci sospetti, ma la verità, continua Cardoso, è che nessuno si aspettava che Tancredo sarebbe morto, non almeno nell’immediatezza del ricovero, quando fu necessario assicurare la continuità istituzionale in un momento di grandissima incertezza.
Nei 45 lunghi giorni dell’agonia, scanditi dal rituale di bollettini medici diffusi dalla televisione, ci sarebbe stato il tempo di abituarsi all’idea della scomparsa del neoeletto presidente. Nella memoria di tutti i brasiliani adulti è impressa la scena del portavoce che la sera del 21 aprile 1985, dalla sala stampa dell’Hospital das Clinicas di San Paolo, annuncia singhiozzando la scomparsa di Tancredo Neves, il simbolo della resistenza negli anni cupi della repressione e della censura, dell’epurazione di ogni voce di dissenso, dell’eliminazione degli oppositori più scomodi.
Il difficile cammino di una nazione appena tornata alla democrazia inizia sotto i peggiori auspici, che paiono avverarsi negli anni successivi. La giovane democrazia brasiliana inizia il suo mandato navigando a vista, guidata da un «presidente per caso», Sarney, privo di legittimazione politica e di programmi per superare la crisi economica. I suoi piani per stabilizzare l’economia, come abbiamo visto, falliscono uno dopo l’altro e il paese si avvita nella spirale dell’iperinflazione, dalla quale uscirà solo nel 1994, quando il felice esito del Piano Real porterà il suo ideatore, Fernando Henrique Cardoso, alla presidenza pochi mesi dopo. È la decada perdida brasiliana, consumata tra tentazioni di estremismo politico, timori di ritorno dei militari, stagnazione economica, drammatico divaricarsi della forbice dell’ineguaglianza sociale.
Eletto nel 1994, rieletto nel 1998, in entrambe le occasioni contro Lula, allora seguace di un sindacalismo in cui prevalgono i toni anticapitalisti, Cardoso segna una importante svolta con il suo doppio mandato, sia sotto il profilo della stabilità democratica sia sotto quello del risanamento economico.
La sua opera sarà completata, tra il 2002 e il 2010, durante i due mandati di un Lula che ha molto attenuato i toni del suo messaggio politico, abbandonando le velleità antisistema per collocarsi su una posizione di riformismo sociale, ma di sostanziale continuità con il suo predecessore quanto alle principali direttrici di politica economica.