Democratici in panne

Milano. George W. Bush ha complicato i piani del Partito democratico americano che, vittorioso alle elezioni di metà mandato di novembre, aveva previsto di dedicare le prime cento ore della nuova legislatura all’approvazione di alcune leggi di politica interna: dall’aumento del salario minimo a norme etiche per la limitazione del peso delle lobby, dal finanziamento […]

Milano. George W. Bush ha complicato i piani del Partito democratico americano che, vittorioso alle elezioni di metà mandato di novembre, aveva previsto di dedicare le prime cento ore della nuova legislatura all’approvazione di alcune leggi di politica interna: dall’aumento del salario minimo a norme etiche per la limitazione del peso delle lobby, dal finanziamento federale a favore della ricerca sugli embrioni all’attuazione delle indicazioni della commissione 11 settembre non recepite dal precedente Congresso repubblicano, fino a nuove norme che diano a Washington il potere di contrattare con le società farmaceutiche i prezzi delle medicine che il programma federale Medicare fornisce gratuitamente agli anziani.
Senonché Bush ha deciso di presentare il suo nuovo piano per l’Iraq questa sera, alle tre del mattino in Italia, nel pieno del blitz mediatico dei democratici, monopolizzando il dibattito politico e spaccando a metà, se non in più parti, il fragile arcipelago di posizioni democratiche sulla guerra. Non che i repubblicani siano tutti solidamente convinti della necessità di raddoppiare l’impegno in Iraq, anzi secondo l’editorialista conservatore Bob Novak soltanto 12 senatori repubblicani su 49 sarebbero entusiasti della nuova strategia bushiana. Uno dei 12, però, è il favorito del partito nella corsa alla nomination per il 2008, John McCain. L’imbarazzo tra i democratici sembra maggiore, proprio perché a differenza dei repubblicani, e finché non sarà scelto il candidato alla Casa Bianca per il 2008, non dispongono di un capo di partito, ma di una serie di leader quasi tutti concorrenti e avversari alle primarie.
Il risultato di questo caos sono i primi articoli di prima pagina sui grandi giornali e la decisione della leadership democratica di provare a fare entrambe le cose in questa settimana, le riforme e l’opposizione a Bush sull’Iraq. Il rischio è che le riforme non ricevano adeguata copertura mediatica, ma soprattutto c’è la seria possibilità che la mancanza di una strategia unitaria sull’Iraq contribuisca a ridipingere i democratici come un partito debole e inaffidabile sulle questioni di sicurezza nazionale.
Mille posizioni, una diversa dall’altra
Tutti i big del partito sono contrari all’aumento delle truppe, con l’eccezione del loro ex candidato alla vicepresidenza degli Stati Uniti, il senatore Joe Lieberman. In realtà la situazione è ancora più complicata di così, c’è chi è contrario e vorrebbe togliere i fondi alla Casa Bianca, chi riconosce il potere del presidente e preferisce esporre le sue colpe attraverso una lunga serie di audizioni al Congresso, chi vorrebbe mediare tra queste due posizioni. Di più: soltanto 20 giorni fa il leader al Senato Harry Reid si era pronunciato a favore di un limitato e temporaneo invio di nuovi soldati in Iraq. Venerdì, invece, Reid ha firmato con la Speaker della Camera Nancy Pelosi una lettera aperta a Bush preannunciando l’opposizione del partito a una tale misura. Domenica, in tv, Nancy Pelosi è stata più cauta, limitandosi a spiegare che il presidente non avrà carta bianca, anzi dovrà motivare per bene le sue scelte. Pelosi ha proposto di tenere separate la richiesta finanziaria per l’invio di nuove truppe dal finanziamento ai soldati già presenti a Baghdad. Un’idea che difficilmente la Casa Bianca condividerà, tanto più che è stato il senatore democratico più autorevole sulle questioni di politica estera, nonché candidato alle primarie presidenziali, ovvero Joe Biden, a spiegare che Bush ha il potere costituzionale di fare ciò che vuole, visto che il Congresso nel 2002 ha autorizzato la guerra. Il centro studi liberal Center for American Progress cita esempi storici, libri alla mano, in cui il Congresso in passato ha provato a intervenire nella gestione delle guerre e il senatore Ted Kennedy ha presentato un progetto di legge che prevede un ulteriore voto del Congresso nel caso Bush volesse mandare altre truppe. Una buona parte dei nuovi democratici non è d’accordo, anzi sei deputati sono stati ricevuti venerdì dal presidente, mentre Lieberman ha scritto una lettera chiedendo esplicitamente a Bush di inviare più truppe. Il numero 2 alla Camera, Steny Hoyer, è contrario alla proposta di fare distinzioni tra vecchie e nuove truppe, così altri colleghi ma non come Dennis Kucinich che ha presentato un piano per il ritiro delle truppe. Il presidente della commissione Difesa Jack Murtha ha escogitato uno stratagemma per impedire burocraticamente l’invio di nuovi soldati. Hillary Clinton aspetta a pronunciarsi, mentre Barack Obama – l’unico a essere stato contrario alla guerra in Iraq – ha detto a Newsweek che i democratici non stringeranno i cordoni della borsa.