Embrioni born in the USA

New York. Improvvisamente negli Stati Uniti è cominciato un dibattito serrato sull’uso scientifico delle cellule staminali embrionali. C’è un’iniziativa parlamentare pro ricerca che andrà in aula alla Camera questa mattina, e su cui incombe la minaccia di veto di George W. Bush. Ci sono talk show e parecchi articoli di giornale dedicati ai temi bioetici. […]

New York. Improvvisamente negli Stati Uniti è cominciato un dibattito serrato sull’uso scientifico delle cellule staminali embrionali. C’è un’iniziativa parlamentare pro ricerca che andrà in aula alla Camera questa mattina, e su cui incombe la minaccia di veto di George W. Bush. Ci sono talk show e parecchi articoli di giornale dedicati ai temi bioetici. Tutto ciò è stato amplificato dalle recenti scoperte coreane  sulla clonazione degli embrioni e ieri, infine, anche dalla decisione della Corte suprema di discutere, a ottobre, un ricorso contro una legge del New Hampshire che richiede la notificazione ai genitori nel caso di una minorenne che volesse abortire.
Rispetto al dibattito italiano sul referendum del 12 giugno, la discussione americana parte da presupposti molto diversi. Negli Stati Uniti c’è totale libertà di ricerca sugli embrioni, così come non ci sono limiti né restrizioni di alcun tipo sulle terapie di fertilità. Nessuno, né Bush né il Comitato di Bioetica né gli antiabortisti, chiede di limitare la creazione di embrioni per la fecondazione in vitro, al contrario della legge italiana che pone il tetto massimo di tre embrioni per ogni donna che si sottopone all’assistenza medica per restare incinta. Resta aperto il dibattito sull’uso degli embrioni inutilizzati, ma dopo le recenti scoperte coreane il fronte si è spostato più avanti.
I grandi giornali liberal si sono decisamente schierati a favore della clonazione terapeutica. L’eccezione si trova sul conservatore Weekly Standard. Sull’uso degli embrioni sovrannumerari, Eric Cohen sostiene che la tesi secondo cui questi “sono destinati comunque a morire” non è eticamente convincente, perché “essere destinati a morire difficilmente trasforma gli esseri umani in cose, viceversa nessuno sarebbe al sicuro nelle case di cura”.
In America, spiega Cohen, non ci sono limiti etici. Nel 2001 Bush ha deciso di finanziare coi soldi federali soltanto la ricerca sugli embrioni già esistenti, cioè su quelli già creati in laboratorio ma non più utilizzabili a scopo riproduttivo. Bush ha deciso invece di non concedere soldi federali alla ricerca sugli embrioni creati dopo l’agosto del 2001. Secondo Cohen, non usare i soldi dei contribuenti è una posizione moderata, visto che alcuni di loro considerano immorale distruggere una vita. E’ rimasta totalmente libera la ricerca finanziata dai privati, così come eventuali iniziative pubbliche pagate dai singoli Stati (tre miliardi di dollari solo in California, con un trasferimento di massa di scienziati, ricercatori ed esperti dalla costa est a quella occidentale). La settimana scorsa oltre duecento deputati e cinquantotto senatori, liberal e conservatori, hanno presentato due progetti di legge per cancellare anche quel flebile limite imposto da Bush. Se la legge dovesse passare, la Casa Bianca la bloccherebbe con il veto perché, ha detto Bush, “non si può creare una vita e poi distruggerla per curarne un’altra”.

WP: “Cellule più primitive di una zanzara”
Giovedì s’è schierato il New York Times: “E’ un imbarazzo nazionale il fatto che Washington metta il bastone tra le ruote” alla ricerca scientifica. Tre giorni dopo, in un altro editoriale, il giornale ha spiegato che non si accontenterebbe nemmeno della ricerca sugli embrioni congelati: “Le staminali derivate da embrioni umani clonati sono potenzialmente molto più utili delle staminali estratte dagli embrioni sovrannumerari”. Purtroppo, ha scritto il Times, “il presidente ha minacciato il veto anche sulle più modeste proposte di usare gli embrioni rimasti inutilizzati nelle cliniche”.
Sabato è stato il Washington Post a prendere posizione a favore della legge pro ricerca: “E’ un primo passo”. Secondo il Post, questi embrioni sovrannumerari “sono piccoli ammassi di cellule (non ancora un feto) che non diventeranno mai un bambino perché non saranno mai impiantati nell’utero di una donna. Per questa ragione, il sostegno alla politica liberalizzatrice della ricerca sulle cellule staminali sta crescendo, anche tra gli oppositori dell’aborto”.
Il Washington Post spiega che la politica di Bush non è, come sostengono gli avversari, un regalo alla destra religiosa, anche perché, in fondo, non ha vietato la ricerca. Domenica, il Post ha rilanciato con altri due editoriali. David Broder ha scritto della “speranza delle cellule staminali”. Michael Kinsley ha scritto che c’è “paura dell’ignoto” intorno a questi temi. La politica di Bush, ha scritto Kinsley, ha regalato la leadership della ricerca ad altri paesi, ma non impedirà di far scoprire ad altri le cure contro il Parkinson e altre malattie, ma “è scoraggiante che il mio governo si occupi di rallentare questo processo”.
Kinsley ha criticato la posizione di Leon Kass, il presidente del Consiglio di Bioetica di Bush, il quale di fronte alla clonazione coreana ha chiesto una “moratoria” per dare tempo di riflettere sulla moralità della ricerca bioetica. Secondo Kinsley, la riflessione è stata fatta: gli embrioni non impiantati “sono poche dozzine di cellule biologicamente più primitive di una zanzara. Non hanno consapevolezza, non sanno di esistere, non l’hanno mai saputo. La natura stessa ne crea e ne distrugge milioni ogni anno. Nessuno obietta. Nessuno porta il lutto. Nella maggior parte dei casi non lo si viene neanche a sapere. Se la mia vita non vale più di queste cellule, allora è terribilmente ingiusto che io abbia la possibilità di difendere la mia tesi in un editoriale e loro no. Ma non ho nessun imbarazzo a dire che lo Stato deve valorizzare la mia vita più di questo ammasso di cellule. Dio potrebbe non essere d’accordo. Ma il governo risponde a me e a ogni altro americano adulto, non a Dio”.