L’astensione sul referendum che Renzi (e i suoi fedeli) ci ha proposto, è un aspetto da non sottovalutare. È stato un invito a deporre le armi, quasi perentorio e più che calibrato, che ha fatto leva sulle attitudini degli italiani, ormai rassegnati all’idea che nessuno è artefice del proprio destino. Un’azione peggiore a quella di togliere il diritto di voto al cittadino, consistente nel togliergli la voglia di votare.
Ma cosa ci è successo? Abbiamo imparato a delegare tutto a chi riteniamo più in gamba di noi, o forse abbiamo disimparato a distinguere da soli cosa è giusto da cosa è sbagliato?
Non è stata raggiunta poco più che la metà del quorum necessaria a validare il referendum sulle trivellazioni. Un mancato risultato festeggiato nello stadio virtuale di Twitter con un sonoro “ciaone” di Ernesto Carbone, membro della segreteria nazionale del Pd. Come se l’espressione degli elettori, contasse quanto quella degli avversari della tifoseria opposta. Carbone, come molti altri, dimentica di essere un deputato e di rappresentare i cittadini, ma in compenso dimostra di essere un ottimo esempio della politica renziana, abituata a delegittimare gli avversari con lo slang della strada (cfr #staisereno).
Eppure non si può dare sempre e comunque la colpa alla politica. La politica senza popolo è come un falegname senza legna. Siamo noi che non concediamo il tempo necessario all’informazione, siamo noi che non riusciamo ad analizzare il mondo e i suoi messaggi. E se non analizzare corrisponde a non capire, ecco che un invito all’astensione può risultare, per davvero, l’unico modello da seguire.
In aggiunta alla nostra incapacità di critica, esiste da ormai più di un decennio un forte disinteresse per la politica, e questo, paradossalmente, ci ha allontanato anche dagli strumenti con cui potremmo influire su di essa.
Oggi ci asteniamo (è davvero la parola giusta) dall’intraprendere battaglie di qualsiasi tipo. La cittadinanza attiva -che negli anni ’70 qualche risultato a casa l’ha portato- è castigata ad aspetto marginale della macchina democratica. È come se gli scandali continui -rimasti quasi sempre impuniti- ci consegnassero la consapevolezza di non poter cambiare le cose.
Ma come biasimarci? Siamo passati d’altronde, per venti anni di Berlusconi, preceduti da Mani Pulite e susseguiti prima da un Governo tecnico disastroso e poi dal Governo Renzi, che già di scandali ne ha collezionati diversi in soli due anni: dal processo al padre Tiziano alle accuse di abuso d’ufficio per Alfano, dalla vicenda Banca Etruria a quella dell’ex Ministro Guidi.
Per adeguarsi al lessico di Carbone potremmo esprimere questo rassegnato distacco dalla politica con un sonoro: “a ‘na certa fate come cazzo ve pare”.
Ma così non ce la caviamo di certo.
