It's the corruption, stupid

New York. Il Partito democratico ha vinto le elezioni americane di metà mandato conquistando la maggioranza sia alla Camera sia al Senato, guadagnando anche sei nuovi governatori (importanti per la campagna elettorale presidenziale del 2008). Il partito che guida la Casa Bianca ha perso nettamente, come vuole la regola politica del sesto anno di presidenza, […]

New York. Il Partito democratico ha vinto le elezioni americane di metà mandato conquistando la maggioranza sia alla Camera sia al Senato, guadagnando anche sei nuovi governatori (importanti per la campagna elettorale presidenziale del 2008). Il partito che guida la Casa Bianca ha perso nettamente, come vuole la regola politica del sesto anno di presidenza, e ha anche perso il suo segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, che ieri si è dimesso.
L’apparato federale americano tornerà, dunque, a funzionare diviso, come ai tempi di Reagan e Clinton, con il potere esecutivo in mano a un partito e quello legislativo e di controllo all’altro. Alla Camera i democratici hanno strappato una trentina di seggi ai repubblicani, non perdendone nessuno, un dato che rientra nella media storica di seggi persi dal partito del presidente nel sesto anno di presidenza (meno 31). La maggior parte di questi nuovi eletti sono “blue dogs”, cioè democratici conservatori, quasi repubblicani, certamente molto più a destra della leadership liberal del Partito democratico (vedi articolo nell’inserto III).
Questi candidati hanno intercettato il voto dei Reagan’s democrats, quegli elettori del ceto medio che il presidente californiano negli anni Ottanta aveva convinto a votare per i repubblicani, dopo la svolta liberal e radicale del Partito democratico. Il centrista Bill Clinton in parte li aveva riportati a casa negli anni Novanta, Bush se li era ripresi, ora hanno di nuovo lasciato i repubblicani, giudicandoli corrotti, inefficaci, incapaci. Al Senato le cose sono andate ancora peggio per i repubblicani. La media di seggi persi al sesto anno di presidenza era di 3 senatori, i democratici invece hanno conquistato ben sei collegi conservatori, vincendo in tre stati andati a Bush alle presidenziali del 2004, anche in questo caso usufruendo in gran parte di candidati conservatori, moderati e libertari. I democratici hanno però perso in Connecticut, dove il candidato pacifista Ned Lamont è stato sconfitto dal senatore “pro war” Joe Lieberman, sconfitto alle primarie di partito di agosto e poi candidatosi da indipendente. Lieberman si iscriverà al gruppo democratico, ma ha anche detto di sentirsi più libero e certo farà pesare la sua elezione solitaria al partito che lo aveva malamente scaricato. Con il voto di Lieberman, i democratici controlleranno il Senato, 51 a 49. Le speranze repubblicane che un riconteggio in Virginia – dove l’ex ministro di Reagan, James Webb, passato con i democratici, è in vantaggio di 7 mila voti sul senatore uscente George Allen – possa ribaltare il risultato sono minime. L’anno scorso, il riconteggio per le elezioni di procuratore generale della Virginia, vinte con lo stesso numero di elettori di ieri da uno dei due candidati con il minimo scarto di 300 voti, ha fatto recuperare soltanto 28 voti al candidato perdente. Il riconteggio comincerà a fine novembre e, come nel 2005, potrebbe concludersi a fine dicembre.
La cosa più interessante è capire per quale motivo i democratici hanno vinto o, meglio, come mai i repubblicani hanno perso. Gli stessi exit poll che nel 2004 avevano raccontato la vittoria di Bush con la preoccupazione dell’elettorato per i “valori morali” (in realtà, allora, “terrorismo” e “Iraq”, messi insieme, erano una preoccupazione maggiore dei valori), quest’anno hanno messo al primo posto la “corruzione”, poi il “terrorismo”, quindi “l’economia” e soltanto al quarto posto “l’Iraq”. La cosa interessante è che l’Iraq è stato un fattore più importante per gli elettori repubblicani, che per quelli democratici (al primo posto per i conservatori, soltanto al quarto per i liberal). La dimostrazione non è solo la vittoria di Lieberman, ma anche quella di quasi tutti i nuovi candidati pro war del Partito democratico, compreso quel Chris Carney che ha lavorato con il neoconservatore Douglas Feith nell’ufficio del Pentagono che ha cercato le prove della connessione tra Saddam e al Qaida. Ai democratici, infatti, è riuscita l’alleanza tra la loro ala pacifista, i libertari rurali e isolazionisti che solitamente votano a destra e quegli americani favorevoli all’intervento in medio oriente, ma ormai convinti che la Casa Bianca non abbia un piano credibile per vincere in Iraq.
Al contrario delle previsioni della vigilia e delle prime affrettate ricostruzioni notturne, le elezioni di ieri non sono state un referendum su Bush. Trentanove elettori su cento hanno detto che “Bush non è stato la ragione del voto”. Soltanto 37 americani su 100 hanno votato “per esprimere la propria opposizione a Bush”, mentre il 21 per cento ha votato per sostenere il presidente.
La chiave di lettura di queste elezioni è quella della corruzione, intesa nel più ampio senso possibile. Quest’anno quattro deputati repubblicani si sono dimessi per scandali di corruzione, due sono in galera, uno era addirittura il leader del partito alla Camera, Tom DeLay. Altri deputati sono sotto inchiesta per i rapporti troppo stretti con i lobbisti, mentre nella sconfitta del senatore Conrad Burns in Montana, che ha fatto perdere il Senato ai repubblicani, ha contato principalmente il suo rapporto con il lobbista Jack Abramoff, condannato per storie di finanziamenti illeciti. Poi ci sono stati gli scandali sessuali, quello omosex di Mark Foley e degli stagisti, infine quello extra maritale di un deputato della Pennsylvania. Il senso generale di questa elezione è la bocciatura da parte degli elettori americani del Congresso repubblicano, giudicato corrotto, inefficiente e capace soltanto di aumentare il deficit federale, spendendo soldi dei contribuenti per opere pubbliche costose e inutili come “the bridge to nowhere”, il ponte per l’isola di Gravina in Alaska, 50 persone, per 320 milioni di dollari. “Siamo stati eletti al Congresso per cambiare lo stato – ha spiegato ieri sera il senatore John McCain – il problema è che noi stessi siamo diventati lo stato”.
La scelta degli ispanici e dei religiosi
L’altro grande fallimento del Congresso è stato quello dell’immigrazione, tema giudicato importante dal 62 per cento degli elettori. La soluzione radicale contro l’immigrazione illegale presa dal Congresso repubblicano e contro la volontà di Bush (e dei democratici) ha alienato ai conservatori gran parte del voto ispanico che, invece, ha scelto al 73 per cento i democratici, contro il 53 per cento del 2004. I neri hanno votato democratico con la stessa percentuale del 2004 (88 per cento), un dato in controtendenza per i repubblicani grazie all’ottima performance del candidato Michael Steele in Maryland. Oltre agli ispanici, sono stati gli americani bianchi a far guadagnare voti ai democratici: 48 per cento, 7 punti in più rispetto al 2004. L’8 per cento degli iscritti repubblicani ha votato per i candidati democratici, addirittura il 21 per cento di chi si considera conservatore e il 62 per cento dei moderati. Sebbene i due terzi degli evangelici bianchi continuino a sostenere la guerra in Iraq, il 29 per cento ha votato democratico, 9 punti in più rispetto al 2004.