Sono Barack Obama e John McCain le due star del grande spettacolo della democrazia americana 2008. Ci sono anche due formidabili attori non protagonisti, Sarah Palin e Joe Biden, capaci di rendere entusiasmante perfino il dibattito tra i candidati vicepresidenti (ieri notte alle tre italiane, a St. Louis). Dalla sceneggiatura finale è stata bruscamente tagliata la parte di Hillary Clinton, praticamente scomparsa dal dibattito politico. Ma il ruolo più interessante è quello del cattivo, quello che forse un giorno sarà ricordato nel caso Obama dovesse perdere le elezioni. L’interprete è Bill Clinton.
L’ultimo presidente del Partito democratico nel giro di pochi mesi è diventato ingombrante e imbarazzante per il mondo liberal americano, ancora più dei tempi del sexgate e della richiesta di impeachment. Due giorni fa, Clinton ha tenuto il suo primo e, come al solito, splendido comizio a favore di Obama, dopo l’investitura alla convention e, soprattutto, dopo un mese di stilettate e cattiverie contro il candidato democratico che hanno lasciato di stucco l’establishment del Partito.
Formalmente, i Clinton sono leali sostenitori di Obama e una volta al mese non mancano di ripeterlo con grande entusiasmo e convinzione. Tra un mese e l’altro, però, Bill e Hillary, ma Bill in particolare, diventano i più efficaci sostenitori del “no” al grande referendum nazionale su Barack Obama. A dirla tutta sono stati loro, con il famoso spot sulla telefonata delle 3 del mattino a porre per primi la domanda sull’inadeguatezza del giovane Obama di fronte a un’eventuale emergenza che potrebbe svegliare il presidente nel cuore della notte.
Tutto è cominciato ai tempi delle primarie, quando la stella di Obama aveva cominciato a mettere in difficoltà Hillary. In poche mosse, spericolate e discusse, Bill è riuscito a trasformare il candidato allora considerato post partisan e post razziale in un estremista di sinistra, elitario e molto nero (prima si diceva che non era “abbastanza nero”). Obama ha vinto, ma la cura Clinton gli ha provocato un danno che ancora oggi è il suo maggiore ostacolo alla Casa Bianca, tanto che nei suoi spot elettorali John McCain usa a piene mani le dichiarazioni di Hillary e Bill. Due giorni fa, Bill ha cercato di togliere a Obama la straordinaria arma della crisi economica, spiegando che non è vero che il caos di questi giorni sia da addebitare al liberismo e ai repubblicani, perché è stato lui, da presidente, a scrivere quelle regole e non c’entrano niente con quanto sta succedendo.
Nei giorni della “Clinton Initiative”, dove McCain era l’ospite d’onore e Obama ha parlato soltanto via satellite, l’ex presidente non ha fatto altro che parlare bene di McCain e di Sarah Palin, dell’eroismo, della grandezza e della simpatia del primo e della capacità della seconda di interpretare i sentimenti della gente comune. Niente su Obama, solo parole di circostanza, al punto che il comico Chris Rock, ospite da Dave Letterman subito dopo Clinton, s’è lanciato in una tirata contro l’ex presidente, sottolineando che Clinton aveva evitato di nominare Obama: “Ehi, Hillary non è più candidata, ha perso, qualcuno glielo dica”, ha detto Rock. Clinton s’è difeso, in un’altra trasmissione: “Sono felice che ci sia qualcuno che lo ami così tanto, ma queste non sono le persone che decidono le elezioni”. Spetta a lui, sostiene, parlare con gli americani comuni, visto che le celebrity e i media e gli obamiani li ignorano e li disprezzano: “Vengo dall’Arkansas. Capisco perché Palin è così popolare” e via ad esaltare le abilità politiche della vice di McCain, a sottolineare che “non vuole imporre il suo credo religioso” e a elogiare le cose che più fanno rabbrividire i liberal: non aver nascosto (e forse non aver abortito) il figlio Down, il marito pilota di motoslitta, la figlia teenager incinta e pronta al matrimonio.
3 Ottobre 2008