New York. La Camera dei deputati di Washington ha approvato mercoledì il piano di stimolo e salvataggio dell’economia americana da 819 miliardi di dollari preparato da Barack Obama. Ora il testo dell’American Recovery and Reinvestment Plan è in discussione al Senato e il presidente spera di poter firmare la legge entro il 13 febbraio. Obama ha incassato il primo risultato e non dovrebbe avere problemi nemmeno al Senato, ma le cose non sono andate come previsto. Tutti i deputati repubblicani hanno votato contro, mostrando una compattezza che negli ultimi anni non s’era mai vista. Anche undici deputati democratici hanno votato contro il loro presidente. Il conteggio finale è stato di 244 voti a favore e di 188 contrari.
Obama aveva bisogno del sostegno dei conservatori non tanto per far passare il suo piano (i democratici hanno una salda maggioranza sia alla Camera sia al Senato), ma per avviare il mandato presidenziale con un rinnovato spirito unitario e togliere all’opposizione una potenziale arma politica alle prossime elezioni di metà mandato del 2010 nel caso il piano non dovesse dare i frutti sperati. Obama si è davvero impegnato per raggiungere un accordo bipartisan: è andato al Congresso, ha incontrato i deputati repubblicani, ha invitato i leader conservatori, assieme a quelli democratici, a un cocktail informale alla Casa Bianca, ha inserito una larga fetta di benefici fiscali (275 miliardi di dollari) e ha cancellato i finanziamenti milionari alle organizzazioni abortiste al costo di ricevere le critiche di economisti liberal come Paul Krugman e delle associazioni femministe.
“La luna di miele è finita” scrive in un editoriale l’Economist, l’idea che il presidente superstar potesse mettere tutti d’accordo, specie di fronte alla crisi economica, sembra essere svanita al primo ostacolo. Fonti della Casa Bianca lasciano intendere che se il gioco si fa duro, i duri alla Rahm Emanuel cominceranno a giocare e, nello specifico, a diffondere i dati della disoccupazione stato per stato (a oggi sono 4,78 milioni gli americani che ricevono il sussidio di disoccupazione, un record dal 1967) in modo da poter accostare un numero di posti di lavoro persi a ciascuno dei deputati che ha votato contro il piano Obama. Gli oppositori replicano, formalmente a ragione, che è stato il “no” al piano a essere bipartisan. Non è detto, però, che il clima si irrigidisca ulteriormente. I repubblicani alla Camera credono in questo modo di aver avvantaggiato i colleghi del Senato, i quali ora hanno qualche argomento in più per provare a ottenere da Obama ulteriori tagli fiscali, in particolare alle imprese che assumono, e il ritiro di interventi pubblici non destinati direttamente allo stimolo dell’economia.
I progetti assistenziali e ambientali
Il piano Obama, da solo, costa più delle guerre in Iraq e Afghanistan messe insieme e, secondo il Wall Street Journal, presto sarà necessario spendere altri duemila miliardi di dollari per salvare le banche. Gli oppositori, però, non contestano la portata del progetto, anche se c’è qualcuno che si oppone in omaggio alle dottrine libertarie e liberiste, piuttosto sono poco convinti dell’efficacia del pacchetto proposto dal presidente. Soltanto 526 miliardi su 819 saranno spesi nel 2009 e nel 2010, mentre il resto andrà a coprire progetti assistenziali e ambientali e culturali che continueranno anche oltre l’attuale recessione e hanno poco a che fare con lo stimolo all’economia. I casi più eclatanti sono i 335 milioni a favore dei programmi di prevenzione delle malattie sessuali, i 75 milioni a favore dei programmi per smettere di fumare, i 50 milioni a favore del centro nazionale per le arti, i 70 milioni per un supercomputer per l’ente che si occupa di oceani e atmosfera.
I repubblicani, ma anche gli undici democratici, temono inoltre che le misure per il biennio in corso contenute nel piano Obama non siano sufficienti a stimolare l’economia, ma soltanto ad alleviare le difficoltà di chi è stato colpito dalla crisi. In particolare i repubblicani sostengono che i benefici fiscali previsti da Obama, anche perché temporanei, non faranno aumentare i consumi. Secondo Obama, e il gruppo di grandi industriali che mercoledì sono andati alla Casa Bianca per sostenere il presidente, il piano riuscirà a creare o salvare tre o quattro milioni di posti di lavoro. “Con il dovuto rispetto, signor presidente, quello che dice non è vero” è scritto a tutta pagina sul New York Times e sul Washington Post in una campagna pubblicitaria del Cato Institute e firmata da oltre 200 economisti, compresi premi Nobel, per confutare le parole di Obama secondo cui “non c’è disaccordo” sulla necessità di approvare un piano di intervento pubblico per rilanciare l’economia. “Abbassare le tasse e ridurre il peso dello stato sono la via migliore”, scrivono.