Dirò la mia sulle polemiche in corso a proposito di Mission il docureality che Raiuno manderà in onda ad autunno in prima serata. Tanto si è scritto, soprattutto della levata di scudi di tante ong che temono la spettacolarizzazione della sofferenza.
In collaborazione con Unhcr e Intersos, volti noti come Albano, Filippo Magnini, Emanuele Filiberto, Paola Barale vivranno e lavoreranno per 15 giorni tra gli operatori umanitari di alcuni campi profughi in “zone calde” del mondo, dalla Giordania al Congo.
L’importante è che il dramma dei rifugiati passi in prima serata e si conosca il tema, fanno sapere Rai, Intersos e Unhcr.
Al di là di tutto (e se volete saperne di più sulle loro posizioni ascoltate la puntata che ho dedicato al tema su http://www.radio24.ilsole24ore.com/programma/luogo-lontano/index.php)
Credo che il problema di fondo sia l’assenza dell’informazione e un eccesso di presenza del cosiddetto “infotainement” su certi temi. I giornalisti lasciano spazio alle Iene, ai Gabibbo, a Mission, perché non sanno comunicare con efficacia drammi ed emergenze. Sono noiosi, cadono in stereotipi, spesso poco preparati, spesso vanno sul campo per pochi giorni, troppo pochi. E gli editori non hanno il coraggio di dare spazio e investire sull’informazione di temi complessi.
Così toccherà a Emanuele Filiberto spiegare al pubblico di Raiuno chi sono i rifugiati siriani in Giordania. Il problema non è lui e non è il programma. Il problema sono i giornalisti, i giornali e i programmi di informazione. Ripartiamo da quelli.
Con un appello a lettori, ascoltatori, telespettatori. Chiedete informazione, esigete informazione. Domandate informazione ben confezionata, consapevole. E tirate pure per la giacchetta i direttori e gli editori se questo non avviene.
