#jusquicitoutvabien«Non è ancora il momento di farci i pompini a vicenda»

Quando Pulp Fiction è uscito in Italia era il 16 dicembre del 1994, Berlusconi non si era ancora dimesso dalla sua prima presidenza del Consiglio, Sinatra stava per fare il suo ultimo concerto a To...

Hummingbird

Quando Pulp Fiction è uscito in Italia era il 16 dicembre del 1994, Berlusconi non si era ancora dimesso dalla sua prima presidenza del Consiglio, Sinatra stava per fare il suo ultimo concerto a Tokio, e la Sony presentava il primo esemplare di una robetta chiamata Playstation. Pochi giorni prima Di Pietro si era dimesso da magistrato chiudendo simbolicamente l’epoca di Mani Pulite. Era un altro mondo.

Nello sport ci sono due modi di essere i migliori. Il primo è essere i più bravi e alzare l’asticella, il secondo è cambiare le regole. Quentin Tarantino è uno che, al di là che lo si ami o lo si odi, dopo uno strepitoso primo salto, Reservoir Dog, ha deciso di cambiare il modo di saltare. Lo ha fatto con Pulp Fiction, cambiando per sempre il suo sport, che è l’arte di raccontare storie al cinema.

Ma Pulp fiction non ha soltanto cambiato le regole del campo da gioco del cinema, ha insegnato qualcosa a tutti noi che da quel 16 dicembre 1994, come il mondo, non siamo più gli stessi. Ecco quindi le cinque lezioni di Pulp Fiction.

La lezione di Mr Wolf

Quando suonano alla porta a casa di Jimmy, nove minuti e trentasette secondi dopo che aveva messo giù il telefono, sull’uscio si ritrova uno strepitoso Harvey Keitel che gli chiede se quella è casa sua, gli stringe la mano e gli recita una delle più ripetute battute della storia del cinema: «I’m Winston Wolf, I solve problems». Mi chiamo Wolf. Risolvo problemi. La scena di Mr Wolf dura dieci minuti e qualche secondo, ma resta la migliore lezione di problem solving della storia. Si può uscire da ogni guaio, basta essere precisi e incazzati. E soprattutto non bisogna mai farsi i pompini a vicenda.

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La lezione di Antoine

Antoine è un personaggio di Pulp Fiction che non c’è in Pulp Fiction. E non c’è perché Marsellus l’ha fatto scagliare dalla finestra per aver massaggiato i piedi della moglie e da allora non riesce ad esprimersi molto bene.

Dell’episodio discutono Jules e Vincent in uno dei più bei dialoghi del film, quello famoso dei campi da gioco. Un massaggio ai piedi è come un cunnilingus, secondo Vincent. Jules pensa il contrario: «Non è neanche lo stesso campo da gioco, cazzo. Ora senti, forse il tuo metodo di massaggi è diverso dal mio ma sai… toccare i piedi di sua moglie e infilare la lingua nel più sacro dei suoi buchi non è lo stesso fottuto campo da gioco, non è lo stesso campionato, e non è nemmeno lo stesso sport».

Il concetto dei campi da gioco di Jules, che nel film puntella con plasticità la differenza tra un massaggio ai piedi e un cunnilingus, ha invaso più discorsi — dai bar fino alle pagine dei giornali — di quanto non abbia fatto la leggerezza di Italo Calvino, e anche se il discorso di Jules è bellissimo, ma la ragione sta dalla parte di Vincent. Perché massaggiare i piedi non è sesso orale, ma il povero Antoine non parlerà mai più lo stesso.

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La lezione di Marsellus

Butch e Marsellus sono appena usciti da una delle scene più pesanti del film, la scena della katana. Quando Butch gli chiede se sta bene Marsellus gli risponde nell’unico modo in cui può rispondere un uomo che è appena stato stuprato. «No, amico. Mai stato così lontano dallo stare bene». È in quel momento che Marsellus dice la sua miglior battuta: «chiamerò qualche scagnozzo strafatto di crack per fare un lavoretto in questo cesso, con un paio di pinze e una buona saldatrice. Hai sentito quello che ho detto, pezzo di merda? Con te non ho finito neanche per il cazzo! Ho una cura medievale per il tuo culo!», incidendo nella storia e nell’immaginario collettivo di un’intera generazione che cosa sia una vendetta lucida e cattiva.

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La lezione di Jules

C’è un passo della bibbia, inventato da Tarantino, che Jules ama recitare e che è il ritornello del film. Lo ripete a Zuccherino, ma soprattutto lo recita al ragazzo della valigetta prima di ucciderlo. È il baricentro del film, la sua pietra portante e definitiva. È la lezione di Jules: se vuoi sconfiggere l’iniquità, devi combattere.

«Il cammino dell’uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che nel nome della carità e della buona volontà conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre, perché egli è in verità il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti. E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare e infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è quello del Signore quando farò calare la mia vendetta sopra di te».

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La lezione di Vincent

Tra tutti i destini dei personaggi, quello di Vincent Vega è interessante. Vincente è il killer tamarro, è il cazzone che rischia di far ammazzare la moglie del boss, è il minchione che spara in faccia al ragazzino in macchina, ed è il cretino che si fa ammazzare al cesso da Butch, ovvero Bruce Willis. La lezione che inconsapevolmente ci dà Vincent è che di chi cazzate ferisce, di cazzate perisce. E, come l’ultimo degli stronzi, muore male al cesso.

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