La
prima pagina di Repubblica (Rep.) di ieri, 4 aprile, Giorno XI
della Nuova Era Forte & Andreottiana, si apriva con: "La
battaglia di Baghdad". Sono tornati Carlo Bonini e Giuseppe
D’Avanzo, sempre embedded uno accanto all’altro. Hanno lasciato
l’Iran, in effetti lì succedeva pochino, e sono ripartiti
dal via. Ora sono a Kuwait City. Da lì hanno scritto un
ritratto di Alì il chimico, non esattamente uno scoop.
C’è anche un editoriale di Paolo Garimberti (Garimba).
Racconta la "partita del dopoguerra". Scrive che "l’ala
più estrema dei neo-conservatori" arriva a mettere
in discussione, con "brutalità", il Consiglio
di sicurezza, "figlio della coalizione vittoriosa del 1945".
Vero. Però Garimba dimentica che quella proposta, con
tutta "la brutalità" del caso, è stata
avanzata sul suo giornale, su Rep., a firma di Thomas Friedman,
il quale si è chiesto per quale motivo al Consiglio di
sicurezza deve starci la Francia e non l’India, cioè la
più grande democrazia del mondo. A proposito di neconservatori,
Red. Corr. è lieto che Rep. abbia pubblicato un estratto
del saggio di Robert Kagan già letto, integralmente, sul
Foglio di agosto.
Altre cose sparse. Alexander Stille si interroga per una colonna
intera su un punto cruciale: "Mi ha colpito moltissimo il
confronto tra le prime pagine del New York Times e del Manifesto".
Abbiamo visto temi più difficili da svolgere. Per esempio
questo: perché il riassunto degli editoriali dei giornali
americani è titolato sempre a cavolo? Ieri, il titolo
del riassunto dell’articolo del Washington Post era: "Le
bugie di Bush sul dopo Saddam". Ovviamente nell’articolo
di bugie non c’era l’ombra.
Altra manipolazione nella notizia di un’intervista di Helmut
Kohl alla Welt. L’ex cancelliere ha detto che Schroeder è
"antiamericano". Rep. ha scelto di titolare in modo
schroederiano: "Ma Washington non creda di essere una nuova
Roma".
Infine due cose su Adriano Sofri. Usa la sua rubrica sulla guerra
per bacchettare i titoli un po’ così così che Rep.
rifila ai suoi articoli. Ma su Sofri c’è una lettera di
Pino Arlacchi (pinoarlacchi). Il tenero pinoarlacchi smonta (almeno
lui crede così), la tesi sofriana dell’inutilità
del chiedere ora lo stop alla guerra. Arlacchi dice che gli argomenti
di Sofri sono "alquanto deboli". Vediamo i suoi: 1)
"Mobilitarsi per una cessazione dell’attacco non è
più irrealistico della mobilitazione prima della guerra"
(deboluccio, quasi autogol); 2) "La cessazione delle ostilità
rappresenterebbe una vittoria di Saddam solo agli occhi dei fanatici
e dei terroristi" (ah, allora possiamo stare tranquilli).
Ma pinoarlacchi è anche propositivo, come ricordano gli
amici talebani. C’è da riportare la questione "nell’alveo
della diplomazia". Come? Facile, ci pensa pinoarlacchi:
"Disarmo tramite ispezioni sostenute dal possibile uso autorizzato
della forza". Non è un genio pinoarlacchi?
Mai quanto l’ex autore della Rai di Baldassarre, convinto che
von Clausewitz, in quanto tedesco, si debba scrivere Von Klausewitz,
come Kurz. Infine, l’elefante ci prega di notare che Pirani non
conosce il francese. Scrive: "C’est la faute de Chirac".
Manca Chirac? No. Si scrive: "C’est la faute à Chirac".
E’ colpa di Chirac. (continua)
4 Aprile 2003