Riformare l'Onu? Il New York Times suggerisce di chiuderla

L’ultimo devastante attacco alle fondamenta dell’Onu non arriva né dalle inchieste giudiziarie sull’Oil for food né dalle centrali della cospirazione neoconservatrice. E’ piuttosto il New York Times, ovvero la casamatta del pensiero liberal e di sinistra, a decretarne il definitivo fallimento e a giudicare inutili e pretenziosi i tentativi di riforma in corso al Palazzo […]

L’ultimo devastante attacco alle fondamenta dell’Onu non arriva né dalle inchieste giudiziarie sull’Oil for food né dalle centrali della cospirazione neoconservatrice. E’ piuttosto il New York Times, ovvero la casamatta del pensiero liberal e di sinistra, a decretarne il definitivo fallimento e a giudicare inutili e pretenziosi i tentativi di riforma in corso al Palazzo di Vetro. James Traub, uno dei più autorevoli giornalisti del Magazine del Times, domenica ha firmato due pagine di fuoco partendo dal presupposto che le nazioni sono tutt’altro che unite. Ci sono paesi, per esempio, che non hanno interesse a mantenere la pace, a garantire la sicurezza e a rispettare i diritti umani.
Prima di poter elaborare la sua tesi, Traub è costretto a pagare dazio all’anti-bushismo del suo giornale, così liquida subito la questione accusando l’ambasciatore americano John Bolton di aver esagerato con quei 750 emendamenti alla proposta di riforma di Kofi Annan, ma sottolinea anche come in realtà le responsabilità maggiori siano della Russia, della Cina e dei paesi non-allineati, ben contenti di non dover cambiare un sistema che garantisce immunità e non mette il becco sugli affari interni.
Traub immagina l’unica riforma dell’Onu possibile e credibile, ovvero la sua sostituzione con un organo simile alla Nato, ma formato soltanto da nazioni che più o meno condividono gli stessi obiettivi e la stessa volontà di affrontare anche militarmente le minacce all’ordine mondiale. Al contrario di alcuni pensatori liberal e di una parte dei neoconservatori, Traub non propone un’alleanza tra le democrazie, piuttosto un’Unione per la Pace e la Sicurezza che abbia tre punti cardine: 1) la definizione del terrorismo non deve essere ambigua e i paesi membri devono essere pronti ad affrontare la minaccia terrorista, se necessario con strumenti militari; 2) gli Stati membri devono avere la responsabilità di intervenire a protezione dei propri cittadini e di conseguenza l’Unione ha il dovere di intervenire anche militarmente nel caso siano commesse atrocità; 3) la povertà e le malattie che minacciano l’integrità di uno Stato richiedono una risposta collegiale. Secondo Traub questi tre semplici criteri servirebbero a prevenire “la vergognosa passività mostrata dall’Onu in Ruanda e in Darfur” e molti altri fallimenti in cui sono incappate le Nazioni Unite. L’Unione, secondo Traub, dovrebbe funzionare come un Consiglio di sicurezza più coerente e più efficace, anche se un tale organo non potrà impedire agli Stati Uniti di agire quando riterranno necessario farlo per difendere l’interesse nazionale.
La proposta di Traub (contenuta in un libro di prossima pubblicazione) è ancora più radicale di quella presentata ieri sulle colonne del Wall Street Journal dal neoconservatore Joshua Muravchik. L’analista dell’American Enterprise condivide l’analisi di Traub sul fallimento e come Traub ha scritto un libro sul tema. La differenza sta nel fatto che, secondo Muravchik, “gli Stati Uniti non possono abolire, cacciare o abbandonare l’Onu”. Ciò che possono fare è sostenere le agenzie umanitarie, le uniche del sistema Onu a svolgere compiti utili e necessari, lasciando perdere il lato politico e le pretese Onu di governo mondiale. “Gli Stati Uniti potrebbero costruire e rafforzare alleanze, coalizioni, organismi regionali e la cooperazione tra le democrazie. Con questi strumenti l’America può dare vita a una politica estera internazionalista e multilaterale che attui i nobili obiettivi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite meglio di quanto abbia fatto l’Onu negli ultimi 60 anni”.
Al confronto di Traub e di Muravchik, John Bolton sembra un moderato. Eppure neanche lui è in grado di trovare un accordo globale per riformare in modo efficace e radicale le Nazioni Unite. Il coordinatore per la riforma Onu nominato da Kofi Annan, Maurice Strong, è stato costretto a dimettersi perché coinvolto nello scandalo Oil for food. Annan l’ha sostituito con Louise Frechette, ma anche lei è stata accusata dalla Commissione guidata da Paul Volcker.
Ci sarebbe da ridere se non fosse che mercoledì si apre il vertice dei capi di Stato senza nessun accordo tra i paesi membri. Di certo c’è che, grazie anche all’azione decisa ed equilibrata del governo italiano e del suo ministro degli Esteri Gianfranco Fini, non si farà l’allargamento a 24 membri del Consiglio di sicurezza, di per sé non una garanzia di miglior funzionamento e di maggiore efficacia dell’Onu, semmai il contrario. Ciò su cui si discute ancora non è la riforma vera e propria, ma un documento politico, una dichiarazione d’intenti che rinvierebbe trattative dettagliate e procedure di voto a data da destinarsi. Le questioni decisive, vale a dire la condanna del terrorismo, l’uso della forza e l’esclusione dei violatori dei diritti umani dalla Commissione diritti umani, sono state eluse sia dal progetto di Kofi Annan sia dalla temporanea intesa raggiunta prima che all’Onu arrivasse John Bolton. Proveranno a dargli la colpa del fallimento ma, come dice ora anche il New York Times, il fallimento è solo delle Nazioni Unite.