Una faccia, una razza

Una volta c’era l’accusa preventiva di brogli, a giustificare le imminenti sconfitte elettorali. Ora c’è lo spettro del razzismo conservatore a rovinare i piani di festeggiamento dei liberal americani. I sondaggi sono ampiamente favorevoli a Barack Obama, così come tutti i fondamentali di questa campagna elettorale: soldi, entusiasmo, strategia, messaggio, stampa. La crisi finanziaria e […]

Una volta c’era l’accusa preventiva di brogli, a giustificare le imminenti sconfitte elettorali. Ora c’è lo spettro del razzismo conservatore a rovinare i piani di festeggiamento dei liberal americani. I sondaggi sono ampiamente favorevoli a Barack Obama, così come tutti i fondamentali di questa campagna elettorale: soldi, entusiasmo, strategia, messaggio, stampa. La crisi finanziaria e dei mutui, la paura della recessione, la stanchezza di due guerre combattute all’estero e la fisiologica voglia di cambiare dopo otto anni di un’Amministrazione ai minimi storici di gradimento, riducono sensibilmente le speranze del repubblicano John McCain.
La partita sembra chiusa, salvo appunto sorprese. Questa sorpresa, molti temono che possa essere quel residuo di razzismo presente nella società americana. In realtà la razza finora non ha avuto un ruolo decisivo, se non a favore di Obama. Se il candidato democratico non fosse stato nero, le sue comunque straordinarie capacità politiche avrebbero avuto un appeal inferiore. All’inizio addirittura si diceva che Obama non era “abbastanza nero”, anzi che era il classico nero che piace ai bianchi e non ai veri afroamericani. A gennaio ha avviato la sua formidabile campagna elettorale vincendo il caucus dell’Iowa, dove la popolazione è bianca al 98 per cento e da allora ha vinto ovunque, in zone bianche, nere, ispaniche e miste.
Il razzismo ovviamente esiste e avrà un peso nelle urne, anche se probabilmente in America è inferiore al resto del mondo. I sondaggi dicono che è diffuso a destra come a sinistra, al punto che ci sarebbe un terzo di elettori del Partito democratico, il partito che fino a 40 anni fa era quello della segregazione, ad avere dubbi su Obama proprio per il colore della sua pelle.
A furia di accusare McCain e i repubblicani, o semplicemente i non elettori di Obama, di essere razzisti, si dimentica che a usare, in modo brillante, la carta della razza non è stato McCain, ma proprio la campagna democratica. Obama si era presentato come il candidato capace di superare la divisione razziale del paese e il successo della sua candidatura non ha fatto altro che confermare il cambiamento – già avvenuto – in una società americana che da anni ha un uomo nero e una donna nera ai vertici dell’Amministrazione repubblicana di George W. Bush.
La campagna Obama invece di continuare col messaggio postrazziale dei suoi inizi ha cominciato a sollevare preventivamente la questione della razza, riuscendo a depotenziare ogni possibile attacco altrui. E’ stato Obama il primo a sottolineare che il suo secondo nome, Hussein, lo avrebbe aiutato nei rapporti con il mondo musulmano. E’ stato lui a prevedere che i repubblicani gli avrebbero prima o poi dato di nero, pericoloso, diverso, differente dal tipo di persone che si vedono stampate sui dollari.
Qualsiasi critica a Obama è diventata a rischio razzismo. Un editorialista pro Obama del Times è arrivato a criticare uno spot che paragonava Obama a Paris Hilton perché conteneva surrettiziamente “due simboli fallici come il monumento di Washington e la Torre di Pisa” per solleticare il più brutale dei pregiudizi razziali, quello dei rapporti sessuali tra una bionda e un nero. Salvo poi scoprire che quei due simboli fallici erano le immagini di Obama a Berlino, dietro la colonna della Vittoria.
Qualche giorno fa, gli obamiani sono saltati sulla notizia che a un comizio di Sarah Palin qualcuno, rivolto a Obama, avrebbe urlato “uccidetelo”, come a sottolineare che tra gli avversari ci sono razzisti pronti ad augurarsi la sua morte per il colore della sua pelle. Ieri s’è scoperto che la notizia era infondata, secondo il rapporto del Secret Service. E, inoltre, l’unico giornalista che dice di aver sentito quella frase ha scritto che non era riferita a Obama, ma a Bill Ayers, l’ex terrorista suo “vicino di casa” (che è bianco). Lo stesso Bill Clinton, un tempo elogiato come “il primo presidente nero”, è stato accusato di razzismo dagli uomini di Obama.
A nessuno piace essere accusato di razzismo: è questa, più che la questione razziale, la cosa di cui il mondo liberal dovrebbe avere più paura.
    Christian Rocca