L'improbabile alleato di Obama

La crisi finanziaria americana è la grande alleata di Barack Obama, il candidato democratico avviato, salvo clamorose novità, verso una trionfale vittoria alle elezioni presidenziali del 4 novembre. Ma il più improbabile alleato di Obama è l’attuale presidente George W. Bush. La soluzione adottata dall’Amministrazione per curare i mali di Wall Street – approvata dal Congresso a guida democratica, sostenuto da Barack Obama e con qualche timidezza in più anche da John McCain – è un grande piano di salvataggio dell’establishment finanziario americano, più che un aiuto concreto alle famiglie in difficoltà a pagare le rate dei mutui. Il piano Bush salva direttamente Wall Street, la strada della finanza, e soltanto indirettamente Main Street, la strada dell’America rurale e di provincia. Gli economisti sono divisi, anche se tra le élite non è emersa una vera alternativa al piano Bush. Nel breve periodo è stata proprio l’agitazione dell’establishment e la tumultuosa corsa a far approvare l’intervento ad aver generato il panico nei mercati di questi giorni e, di conseguenza, ampliato la voglia di cambiamento degli elettori americani. Obama è lì a incassare. Mentre McCain ha proposto di aiutare direttamente chi non riesce a pagare il mutuo, non solo le banche, ma la sua idea dispendiosa e solidale è stata sbeffeggiata dai giornali e da Obama stesso.
Il punto è che il piano Bush è stato preparato da un uomo che fa parte dell’establishment finanziario americano, dall’ex presidente di Goldman Sachs Henry Paulson e favorisce il candidato che incarna più di ogni altro i cosiddetti poteri forti, cioè Obama. E’ lui l’uomo d’ordine, la voce tranquilla dell’establishment, il politico cool e posato che fa sempre la cosa giusta. McCain invece è il maverick, il candidato collerico, fuori dagli schemi e strutturalmente incapace di rappresentare i poteri forti.