“Su alcuni punti la guerra al terrorismo di Obama potrebbe somigliare a quella di Bush”, titola il New York Times

Milano. “Per un presidente non c’è compito più solenne della decisione di inviare le forze armate in zone poco sicure. Lo faccio oggi – ha scritto Barack Obama in un comunicato – consapevole che la situazione in Afghanistan e in Pakistan richiede un’attenzione urgente e un’azione veloce”. A poco meno di un mese dall’insediamento alla Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama non solo non ha ritirato nemmeno un soldato dall’Iraq, dove sembra costretto dalla situazione sul campo e dai consigli dei generali a rispettare il patto di ritiro concordato siglato da George W. Bush e dal governo di Baghdad, ma ha già deciso di inviare nuove truppe in Afghanistan sulla base di una strategia politico-militare ancora da elaborare nei suoi dettagli.
Obama ha aumentato del cinquanta per cento il numero dei soldati americani impegnati in Afghanistan, che ai tempi di George W. Bush era di trentamila, poi negli ultimi mesi portati a trentaseimila, e che il nuovo presidente democratico ha deciso di aumentare di diciassettemila unità. I primi ottomila arriveranno nelle prossime settimane, altri quattromila saranno operativi in estate assieme ai cinquemila di sostegno. Obama ha accettato di seguire l’indicazione del segretario al Pentagono Bob Gates, dopo la richiesta del generale David McKiernan risalente a parecchi mesi fa che ne richiedeva trentamila.
La Casa Bianca sta valutando una nuova strategia sull’Afghanistan con obiettivi e priorità della nuova missione magari diversi rispetto al passato. I consiglieri di Obama stanno studiando l’efficacia del “mini surge” da tremila soldati già effettuato in una provincia vicino Kabul e potrebbero suggerire al presidente di concentrare le attività militari americane sull’azione antiterrorismo, lasciando le operazioni di nation building alle forze della Nato. L’idea che circola, non ancora confermata, è che l’America di Obama potrebbe essere meno interessata al futuro democratico dell’Afghanistan e più impegnata alla nascita di un governo forte, stabile e capace di lottare contro al Qaida.
La strategia obamiana non sarà solo militare, anzi c’è l’intenzione di riordinare a livello regionale le idee politico-diplomatiche e, per questo, sul fronte “Af-Pak” c’è il mastino Richard Holbrooke. Gli aspetti militari però sono quelli più urgenti e le richieste americane ai paesi alleati si fanno sempre più insistenti. La settimana prossima, in Polonia, si riuniranno i ministri della Difesa dei paesi Nato, mentre all’inizio di aprile sarà lo stesso Obama a volare a Strasburgo per il summit che avrà come punto centrale la situazione in Afghanistan e la formulazione ufficiale delle richieste e delle risposte degli alleati. C’è anche il capitolo Iraq. Un paio di giorni fa il ministro degli Esteri iracheno Hoshyar Zebari, dopo aver parlato con Hillary Clinton, ha detto di essere stato “rassicurato dalla nuova Amministrazione che non ci sarà nessun cambiamento importante o disimpegno veloce”. Sull’Iran, paese con cui Obama sembra più disposto a dialogare rispetto a quanto abbia fatto Bush, riguardo al programma nucleare militare di Teheran c’è stato un cambiamento di posizione ufficiale, ma che va nella direzione opposta a quella dell’abbassamento dei toni. Due anni fa la Cia dei tempi di Bush aveva sostenuto che l’Iran avesse fermato il programma, ora Obama e il nuovo capo della Cia, Leon Panetta, dicono tranquillamente che l’Iran si sta facendo la bomba.
Quanto al Pakistan, l’Amministrazione Obama ha già autorizzato tre bombardamenti aerei sulle zone tribali ai confini con l’Afghanistan. I primi due al quarto giorno di presidenza, l’ultimo nello scorso finesettimana. Le autorità pachistane hanno protestato vivamente per la violazione della sovranità nazionale e per i circa sessanta morti, tra guerriglieri di al Qaida, talebani e civili, causati dai tre raid.
L’accelerazione in Afghanistan, in fondo, non è una novità. Così come una certa prudenza sull’Iraq. E, probabilmente, non erano del tutto impreviste le incursioni militari in territorio pachistano e la fermezza sull’Iran. In campagna elettorale, grazie anche al successo del surge in Iraq, Obama aveva detto che Afghanistan e Pakistan sono il vero fronte della battaglia contro Al Qaida e che a Teheran non può essere consentito di costruirsi l’arma nucleare.

La stessa linea di Bush, anzi di Clinton
Più clamore, misto a incredulità, sta suscitando la politica antiterrorismo di Obama, al di là delle alte e nobili proclamazioni di principio che nei primi giorni di presidenza hanno entusiasmato i sostenitori e che ora, anche tra i suoi, viene giudicata di piena continuità con l’azione di Bush. Ieri mattina, la prima pagina del New York Times titolava così: “Su alcuni punti la guerra al terrorismo di Obama potrebbe somigliare a quella di Bush”. Il Times ha raccontato che i decreti presidenziali di Obama firmati per ribaltare la politica antiterrorismo di Bush su Guantanamo, sul trattamento dei detenuti e sulle prigioni segrete della Cia in realtà sono pieni di eccezioni, tali da riconfermare gli strumenti adottati dalla precedente Amministrazione. Il giornale newyorchese cita anche la reazione di organizzazioni dei diritti civili estremamente deluse da Obama, definito come un Bush in sedicesimo che non fa altro che continuare pratiche e argomentazioni giuridiche elaborate dal presidente repubblicano. Non c’è solo che Guantanamo resterà aperto per un anno, che della base di Bagram in Afghanistan non ha mai parlato, che i sequestri clandestini della Cia non verranno abbandonati e che le prigioni segrete continueranno a operare, ma anche che la sorte della gran parte dei detenuti di Guantanamo è affidata alle raccomandazioni di una task force che non potrà far altro che creare un carcere molto simile in territorio americano. Elena Kagan, giurista scelta da Obama per il ruolo di Solicitor General, una specie di avvocatura dello stato americana, ha detto durante un’audizione al Senato che i membri di Al Qaida, anche quelli non catturati in battaglia, potranno essere detenuti a tempo indeterminato senza processo, come ai tempi di Bush. Il direttore della Cia Panetta, sempre al Senato, ha detto che se gli risulterà che le tecniche di interrotgatorio decise da Obama non saranno “sufficienti”, chiederà di poter forzare la mano. E, inoltre, ha annunciato che i sospettati di terrorismo continueranno a essere trasferiti in paesi terzi, tipo l’Egitto e la Giordania, esattamente con le stesse regole previste da Bush.
L’Amministrazione Obama, infine, ha già dismesso la richiesta processuale di cinque ex prigionieri somali, sottoposti in passato a extraordinary rendition, cioè sequestrati clandestinamente dalla Cia, confermando la linea Bush (che a sua volta aveva usato uno strumento ideato da Bill Clinton nel 1995). “Questo non è cambiamento”, ha detto il direttore del gruppo pro diritti civili Aclu.