La prossima guerra culturale americana sarà sull’inserimento della religione nei programmi della scuola pubblica. Un libro appena uscito, “Religious Literacy”, scritto da Stephen Prothero, preside del dipartimento di religione dell’Università di Boston, invoca la necessità secolare di insegnare ai ragazzi le basi del pensiero religioso in modo da far uscire il paese dalla profonda ignoranza odierna su questi temi. Non è, come si potrebbe pensare, l’ennesima battaglia tra le due Americhe, l’una religiosa e bigotta, l’altra laica e illuminata, anche perché queste due Americhe, in realtà, sono spesso una cosa unica e inscindibile l’una dall’altra. La rivista Time, che religiosa non è, ha dedicato all’argomento una lunga inchiesta di copertina dal titolo “The case for teaching the Bible”, “A favore dell’insegnamento della Bibbia”. La tesi è laica, sebbene i più rumorosi sostenitori delle lezioni scolastiche di Bibbia si muovano all’interno di gruppi di pressione dotati di agende apertamente religiose. “Non scrivo da credente né da non credente, anche perché sono religiosamente confuso – si legge nel libro di Prothero – scrivo da cittadino, il mio obiettivo non è di promuovere la fede, né di denigrarla”. Lo scopo di Prothero è di aiutare tutti quanti a “partecipare pienamente alla vita sociale, politica ed economica in una nazione e in un mondo in cui la religione conta”. Manca l’avverbio “purtroppo”, che è invece al centro del polemicissimo nuovo libro di Christopher Hitchens dal titolo “God is not Great – How religion poisons everything”, “Dio non è grande – Come la religione avvelena ogni cosa”, in uscita a maggio in America e prima dell’estate in Italia da Einaudi-Stile Libero.
I due libri, quello di Prothero e quello di Hitchens, non potrebbero essere più distanti, eppure sono il prodotto della medesima cultura e tradizione politico-filosofica, la stessa che sta alla base della rivoluzione americana. Sia la destra religiosa sia la sinistra laicista rivendicano infatti di essere i veri eredi dell’esperimento costituzionale inventato dai padri fondatori oltre duecento anni fa. Ed entrambi hanno i loro buoni argomenti. L’ex vicepresidente Al Gore nel suo nuovo libro in uscita a maggio, “The Assault on Reason” – che è un manifesto razionalista e laico utile nel caso in autunno decidesse di candidarsi alla Casa Bianca – si posiziona, sia pure in modo più moderato, nel fronte Hitchens e ricorda che il presidente americano John Adams, nel trattato di Tripoli del 1796, fece scrivere che “il governo degli Stati Uniti d’America non è stato fondato in alcun modo sulla religione cristiana”. Pochi anni dopo, però, nel 1892, la Corte suprema ha stabilito che “questa è una nazione cristiana”, fa notare Prothero. I due pronunciamenti sono opposti, ma in realtà perfettamente compatibili perché in fondo gli Stati Uniti sono laici per legge e religiosi per scelta. Dio non è menzionato nella Costituzione, ma “in God we trust” è stampigliato sulle banconote verdi dei dollari. I saggi antireligiosi di Sam Harris e di Richard Dawkins, autori di “The end of faith”, “La fine della fede”, e di “The God delusion”, “L’illusione Dio”, sono in testa alle classifiche dei bestseller, insieme con le saghe cristianiste Left Behind e, ovviamente, con la Bibbia. L’America è la patria del laicismo realizzato, ma in tutti gli Stati Uniti c’è soltanto un deputato “non credente”, il settantacinquenne democratico Fortney Pete Stark Jr. Addirittura Stark è il primo e unico ateo nella storia del Congresso americano e la Secular Coalition, la Coalizione laica, lo ha nominato “il non credente più importante d’America”. Gli unici altri pubblici ufficiali che, rispondendo a un questionario della Coalizione laica, si sono dichiarati non credenti sono due membri di un board scolastico e un consigliere comunale, nessun deputato statale e nessun funzionario federale. Al Senato ci sono 87 senatori cristiani e 13 ebrei, alla Camera 393 cristiani, trenta ebrei, due buddisti e un musulmano. Sei deputati, tutti democratici, hanno risposto al sondaggio del Religious News Service di non essere affiliati ad alcuna congregazione, ma hanno spiegato che “non affiliati” è un altro modo per dire “per me la religione è una questione personale e privata”.
Sono pochi, però, gli americani che considerano la religione una cosa esclusivamente privata. Secondo tutti i sondaggi, gli americani atei sono il dieci per cento della popolazione, ovvero 30 milioni di persone. Nove persone su dieci credono in Dio, più di otto dicono che la religione è una cosa importante a livello personale, più di sette pregano quotidianamente. I credenti ci credono davvero e non fanno mancare i soldi ai luoghi di culto, versando ogni anno 88 miliardi di dollari alle chiese, più del prodotto interno di molte nazioni. Due terzi degli americani sono membri di una chiesa, due quinti vanno nei luoghi di culto una volta la settimana. Il laicismo di tipo europeo praticamente non esiste, nemmeno nelle zone più liberal delle metropoli più di sinistra d’America. Dichiararsi ateo è una specie di suicidio politico, visto che un recente sondaggio Gallup dice che il 53 per cento degli americani non voterebbe mai un candidato presidenziale non credente. Omosessuali, pluridivorziati, ebrei, mormoni, cattolici e donne sono posizionati molto meglio, quanto meno la maggioranza degli americani è disponibile a considerarli come candidati.
L’anziano senatore democratico Robert Byrd, uno dei pochi a essersi opposto fin dall’inizio alla guerra in Iraq e per questo diventato un eroe della sinistra pacifista, nei giorni scorsi ha presentato per la settima o ottava volta – non lo ricorda più nemmeno lui – un emendamento costituzionale per consentire la preghiera nelle scuole pubbliche. La proposta, firmata sia da repubblicani sia da democratici (un altro è il beniamino dei blog dell’estrema sinistra pacifista, Jay Rockefeller), dice che “l’importanza della preghiera è riconosciuta da persone di fede di qualsiasi denominazione, eppure in America troppi nostri concittadini sminuiscono, ignorano o denigrano il potere della preghiera. Loro credono che la dottrina della separazione dei poteri significa che possiamo pregare solo dentro le quattro mura dei luoghi di culto e da nessuna altra parte. Ma questo punto di vista non riflette le intenzioni del Creatore”.
Il dibattito su Dio e la religione risale agli albori della repubblica americana. Thomas Jefferson sosteneva la necessità di “un muro di separazione tra stato e religione”, ma secondo altri padri fondatori la tesi dei separazionisti laici era pericolosa per la libertà religiosa, perché avrebbe portato alla discriminazione della religione. Jefferson non scrisse la Costituzione, ma solo la Dichiarazione d’indipendenza e anzi non partecipò alle sedute della Convenzione costituzionale perché in quegli anni, dal 1786 al 1789, viveva a Parigi dove svolgeva l’incarico di ambasciatore americano. In realtà la frase sul “muro di separazione” è stata coniata circa 150 anni prima dal fondatore dello stato del Rhode Island, peraltro con un significato opposto a quello che gli si dà oggi. Secondo Roger Williams, infatti, “il muro di separazione” era stato eretto per proteggere “il giardino” della religione dalla “boscaglia” del governo temporale, non al contrario. Nel 1789, nello stesso identico giorno in cui i padri fondatori degli Stati Uniti approvarono il principio cardine della Costituzione americana, ovvero il primo emendamento sulla libertà religiosa, le stesse persone che scrissero quel testo laico votarono anche una mozione per chiedere al presidente George Washington di proclamare una festa nazionale di Ringraziamento nientemeno che a Dio. Washington si dichiarò a favore e, nove anni dopo, il presidente John Adams – lo stesso che nel trattato di Tripoli citato nel libro di Al Gore fece scrivere che “il governo degli Stati Uniti d’America non è stato fondato in alcun modo sulla religione cristiana” – impose un giorno di digiuno e di preghiera a Dio che, nel 1815, è diventato il Thanksgiving day che conosciamo oggi.
Il muro di separazione, spiega Prothero, è stato abbattuto tante volte almeno quante è stato rispettato. La Corte suprema, ovvero il bastione liberal del paese (a cominciare dall’aborto), apre le sue sessioni con l’invocazione a Dio perché salvi gli Stati Uniti e la sua onorevole corte. Bill Clinton ha proclamato giornate nazionali di preghiera, esattamente come Reagan e Bush, e ha inaugurato il suo secondo mandato con un’invocazione alla Trinità a opera del grande vecchio degli evangelici americani, Billy Graham, oltre che giurando sulla Bibbia come i suoi predecessori e pronunciando il “so help me God” di rito.
La religione è centrale nella cultura americana, “non deve essere dimenticato – notò Alexis de Tocqueville – che la religione ha dato vita alla società anglo-americana”. Quasi tutti gli stati del nord-est americano sono stati fondati su febbrile iniziativa religiosa: il Rhode Island come la casa dei battisti e di tutti coloro che dissentivano dall’ortodossia protestante, la Virginia per gli anglicani, il Maryland per i cattolici, mentre la Pennsylvania come “sacro esperimento di libertà religiosa”. Max Weber scrisse che l’etica protestante dei puritani ha fatto nascere il capitalismo, fornendo un mandato divino al lavoro duro, al risparmio e agli elementi essenziali dell’economia capitalista. Il movimento contro la schiavitù, così come quello a favore dei diritti civili, ma anche il furore proibizionista sull’alcol, le campagne di istruzione popolare, il diritto di voto per le donne sono stati fenomeni guidati da leader evangelici, giustificati sui contenuti della Bibbia. L’abolizionista William Lloyd Garrison metteva addirittura Gesù in gerenza, ovvero tra i collaboratori del suo giornale anti schiavitù che si chiamava The Liberator. Abramo Lincoln diceva che sia il nord abolizionista sia il sud schiavista “leggevano la stessa Bibbia”. Martin Luther King nel discorso “I have a dream” citava esplicitamente il Vecchio Testamento, malgrado qualcuno sembri dimenticarlo.
La Bibbia a scuola, dunque. Il sessanta per cento degli americani è favorevole all’insegnamento laico della Bibbia a scuola. Nel 1963 la Corte suprema ha deciso di vietare la preghiera in classe, ma il nuovo movimento pro Bibbia sostiene che insegnare le Scritture non come fossero la parola di Dio, ma come strumento di cultura generale, sia perfettamente costituzionale.
“Religious Literacy”, il libro di Stephen Prothero, va oltre e spiega che, magari, negli anni Settanta non importava che gli studenti non sapessero niente di religione, ma ora la religione è al centro del dibattito pubblico in tutto il mondo: “Quale potrà mai essere lo scopo di chi vuole, in questa materia, mantenere i cittadini americani nella loro ignoranza?”. Prothero parla ovviamente degli sviluppi degli affari globali, dove è necessario capire il diverso da sé e conoscere i fondamenti delle altre religioni, ma l’ignoranza religiosa ha conseguenze deleterie anche in molte altre situazioni e non soltanto perché molti pensano che Sodoma e Gomorra fossero marito e moglie e nemmeno perché importanti giornalisti liberal non hanno idea di che cosa parli Bush quando nei suoi discorsi fa riferimenti biblici. L’esempio è quello di Dick Meyer della Cbs, il quale non aveva mai sentito la parabola del Buon samaritano, sicché quando Bush, nel discorso di inaugurazione del primo mandato, ha detto “se vediamo quel viaggiatore ferito sulla strada di Gerico, noi non passeremo oltre”, in diretta televisiva ha detto: “Non ho capito questa e altre frasi: spero che non sia un quiz”.
L’ignoranza delle questioni base della religione porta a situazioni incredibili come quella in cui, nel 1995, una Corte federale ha confermato il capovolgimento di una sentenza capitale in un omicidio, perché i giurati avevano deciso considerando il verso della Bibbia “occhio per occhio, dente per dente, chiunque uccide un uomo sarà messo a morte”. La potente associazione cristiana Focus on the Family ha criticato la sentenza della Corte federale perché, ha detto, “è triste quando la Bibbia viene messa fuori dalla stanza dei giurati”. Prothero commenta l’episodio così: “Chi ha il torto maggiore in questo caso? I giurati che non sapevano che, nel Vangelo secondo Matteo, Gesù aveva ripudiato la regola dell’occhio per occhio a favore del porgere l’altra guancia? Focus on the Family che avrebbe certamente dovuto saperlo, ma ha scelto di ignorarlo? Oppure tutti quei liberal che non ne sapevano abbastanza per portare all’attenzione il ripudio della vecchia legge del taglione?”.
Il rischio di insegnare la Bibbia a scuola, riconosce Time, è quello di fare il gioco sia della destra religiosa sia della sinistra laicista. Prothero dice che il pericolo è limitato, perché mai un corso di alfabetizzazione religiosa ha cambiato o modificato la fede dei partecipanti. In ogni caso, secondo il professore della Boston University, “la gente è stanca delle guerre religiose, c’è un’ampia fascia centrale che vuole fare qualcosa che sia produttivo”.
Le librerie, però, sono piene di saggi liberal e radical contro lo strapotere dell’America cristiana, così come di libri reazionari contro la sistematica corruzione dei valori tradizionali e religiosi ad opera della cultura laica. A giugno si esibirà anche la star del diritto di Harvard, Alan Dershowitz, professore liberal ma capace di rotture drastiche con la sua parte politica. Non in questo caso, visto che il suo libro si intitola “Blasphemy: How the Religious Right is Hijacking the Declaration of Independence”. Il radicalissimo conduttore comico di talk show per la Hbo, Bill Maher, sta girando un documentario in America, ma anche in Vaticano e in Israele, dal titolo provvisorio abbastanza esplicito: “Religion is stupid”.
Il saggio più atteso resta quello di Christopher Hitchens. Il suo è un manifesto radicale contro la religione, ma al contrario dei suoi colleghi laici e politicamente corretti, Hitchens non denuncia il peso della religione soltanto nella società occidentale, ma anche e soprattutto in medio oriente (da cui l’incessante sostegno alla campagna liberatrice dell’Iraq da Saddam e dal fondamentalismo islamico). Hitchens maneggia la Bibbia, il Corano e i testi di altre confessioni e prova a dimostrare che la religione è una creatura dell’uomo, la causa di pericolose repressioni sessuali e la distorsione delle nostre origini nel cosmo: “Nel libro spero di mostrare – ha detto Hitchens – che capisco davvero ciò che sta dietro alla fede, ma ora viviamo in un momento in cui la religione sta cercando di nuovo di uscire dalla sfera privata, di salvare quelli che non ne hanno bisogno o non vogliono essere salvati e anche di costringere coloro che restano freddi rispetto ai suoi pretesi poteri soprannaturali”. Secondo Hitchens, i credenti continuano a minacciare coloro che li offendono o che sono giudicati blasfemi, ma “devono capire che molte persone civili e per bene sono estremamente offese da queste minacce di morte in nome di Dio, dall’intimidazione religiosa e dalla censura”. Secondo Hitchens, “troppe linee sono state attraversate, dal tentativo di insegnare pseudo scienza nelle scuole americane alle campagne per costringere le donne a portare il velo, dalle folli imprese dei coloni messianici in Palestina alla mania fascista del jihad islamico”. Hitchens, che in passato aveva scritto un ruvido pamphlet contro Madre Teresa, sostiene che la religione abbia ritardato lo sviluppo della civilizzazione, definisce Sant’Agostino “ignorante”, il creazionismo “una stupidaggine”, il Corano “risibile” e “sessuofobo”, Gandhi “un fachiro e un guru, il quale avrebbe condotto milioni di persone alla morte se i suoi consigli di vita primitiva fossero stati seguiti”, il Dalai Lama “un re ereditario”, Mosé “un autoritario sanguinario che incitava al genocidio”. Hitchens pensa che sia arrivata l’ora di ristabilire la verità, ovvero dire apertamente che l’umanità s’è emancipata da sola dal Medioevo ed è riuscita a conquistare l’Illuminismo e a fare scoperte nel campo della scienza. Sicché ha scritto “God is not Great” per ricordare che tutte le rivendicazioni religiose sono false, artefatte dall’uomo e meritevoli soltanto di disprezzo e ridicolo. Hitchens è consapevole di quanto sarà dura: “Se nel giorno in cui uscirà il libro sarò investito da un autobus, ci sarà certamente qualcuno che dirà che non è stato un incidente”.
24 Aprile 2007