La questione della dipendenza amorosa riguarda sia l’uomo, sia la donna. Parlo di quelle situazioni in cui l’intero universo di un essere umano gira intorno a quello di un altro fino all’annichilimento soggettivo, alla perdita della propria identità per adattarsi ad un partner che impone i suoi diktat su come il proprio compagno debba essere, dire, fare, pensare. Parlo di quei casi in cui un soggetto è così terrorizzato dalla solitudine da costringersi a trasformazioni camaleontiche per diventare come suppone che l’altro voglia.
C’è poi chi è dipendente dal fatto di avere un altro che lo desideri, che lo ascolti, che lo supporti, che riempia i propri vuoti esistenziali, e sono quelle persone che non riescono a chiudere una porta se non ne hanno già aperta un’altra, o il cui investimento slitta da un soggetto ad un altro a seconda di chi è disponibile al momento.
L’impossibilità di farsi amica la propria solitudine conduce le persone a raccontarsi frottole colossali, ad inventare storie piene di pathos che del sentimento autentico offrono solo l’illusione. Sono legami che nascono sulla base di un bisogno ed è così che l’altro diventa indispensabile. Non certo perché lo si ama, anzi, a volte non lo si vede nemmeno per il fatto che lo si utilizza come una stampella, e dunque come un oggetto.
Il desiderio è ben altra cosa e presuppone che si riesca davvero a stare da soli e ad accettare di rimanere in attesa guardando il cielo come facevano i desiderantes, quei soldati che nel “De bello gallico” aspettavano sotto le stelle i combattenti non ancora rientrati dalla battaglia. Non a caso la stessa etimologia della parola “desiderio” implica gli astri (sidera), ma con un prefisso (de) che dice di una mancanza, di un’incertezza.
Il bisogno è necessità della certezza di una presenza costante, di una risposta definitiva sulla propria appartenenza che chiama in causa il possesso dell’altro e non il riconoscimento della sua alterità. Il desiderio sul quale si fonda l’amore, invece, riconosce all’altro il diritto alla libertà di vivere, essere, sentire a proprio modo, perché è precisamente quel modo particolare che si ama in lui, o in lei.
Spesso le persone credono di non potersi concedere il lusso della propria unicità per la paura di perdere l’altro, di non essere come lui vuole. Ma l’amore è sempre amore di un nome proprio, che si ama perché è diverso da tutti gli altri. Non ci si innamora dell’uguaglianza, ma della particolarità di un’esistenza da scoprire. E per questo è importante amare prima di tutto la propria vita e coltivarla come un giardino fiorito, o come un orto, a ciascuno la scelta purché sia unica.
L’amore non chiede di rinunciare a se stessi. Chiede piuttosto la capacità di costruire insieme un discorso comune, giorno dopo giorno e nell’incertezza di un futuro che non è mai garantito. La coppia non è un Uno fusionale, simbiotico, ma è un Soggetto che incontra un altro Soggetto e lo sceglie, istante dopo istante, e liberamente. Stare con qualcuno non è un obbligo ma una scelta: una cosa è rinunciare ad una serata in più tra amici per il piacere di passare del tempo con il proprio partner; un’altra è ritenere di essere obbligati al sacrificio di una parte di sé per non essere abbandonati, o perché l’altro lo impone.
Se ci si occupa amorevolmente della propria vita, da soli come in coppia, perdere l’altro, per quanto doloroso, non significa perdere tutto e ci si accorge che la solitudine può essere una condizione esistenziale accettabile, persino piacevole, creativa, pur nel desiderio di un compagno con cui percorrere la strada. E questo è un discorso ben diverso dal sentirsi in difetto perché l’amore non è ancora arrivato. A volte si tratta solo di smettere di cercare…
Consigli per la lettura:
Di Marina Valcarenghi, “Senza di te io non esisto. Dialogo sulla dipendenza amorosa”, edito da BUR, e della stessa Autrice “Relazioni difficili. L’amore al tempo dell’insicurezza”, pubblicato da Bruno Mondadori.
Nell’immagine: Edward Hopper (1952), “Morning sun”.