Chissà se il mero proprietario della Mondadori, il Cavalier Silvio Berlusconi, sa che cosa esce dalle tipografie della casa editrice di Segrate. Fresco di stampa è arrivato in libreria "Le due Americhe" del professore calabrese Ermanno Bencivenga, ordinario di filosofia all’Università della California e con un nobile passato da ospite del Costanzo Show. Il libro comincia così: "Ho passato metà della mia vita negli Stati Uniti. Ci sono arrivato giovane ed entusiasta, ammirato da due loro sconfitte che erano state, per me, altrettante vittorie della civiltà e della morale: le dimissioni di Nixon e il ritiro ignominioso dal Vietnam". Un paio di righe più in là, Bencivenga ricorda di essere stato "fiero di diventare un collega di Herbert Marcuse". Evvai. Purtroppo il filosofo "morì nella stessa estate del 1979", così il giovane Bencivenga fu costretto a restare in America solo soletto (ma "ci sono cresciuto come autore") "con l’elezione di Reagan" che "aprì un’era di normalizzazione che ha finito per coinvolgere tutti nel tautologico, vile riconoscimento della superiore razionalità del mercato".
Bencivenga mette le mani avanti : "Io amo l’America, quindi talvolta la odio". Voi direte: embé? E’ il solito libro di un intellettuale di sinistra che racconta le due Americhe, quella cattiva, avida, razzista e spietata, oggi rappresentata da George Bush, contrapposta all’Altra America, quella illuminata, liberal e generosa che si trova nei libri, nei film, nella musica, nella cultura e tra i Democratici. Non è così. Nell’America cattiva ci sono anche John Kerry, "un Bush light", e Bill Clinton, un tizio moralmente corrotto, uno che "si piegò" e che "alla coerenza preferì l’attenzione costante dei media, il lusso dell’Air Force One, i pranzi e le cene di ‘lavoro’ con capi di Stato e protagonisti vari".
Seguite le cose che scrive Bencivenga: "Non sono assolutamente, incondizionatamente avverso al terrorismo senza se e senza ma". Il terrorismo ovviamente è male, ma anche i marines nel loro piccolo non fanno mica del bene: una tesi che ricorre più volte. Ma "per quanto io disapprovi i marines che si atteggiano a liberatori in Afghanistan o in Iraq, non parteggio certo per i Talebani o per i residui seguaci di Saddam; e mi rendo conto che il trionfo planetario degli Stati Uniti è espresso nel modo più drammatico proprio dal fatto che sembriamo costretti a scegliere tra i marines e i Talebani". Non è una costrizione nuova per Bencivenga: "D’accordo, gli Stati Uniti hanno vinto il confronto con l’Unione Sovietica, soprattutto per demeriti di quest’ultima; ma perché, nel farlo, hanno dovuto allearsi con le forze peggiori dell’umanità?". Nella sua ricostruzione storica, la guerra fredda è stata combattuta con gli Usa a loro agio "con tiranni, torturatori e assassini" più vari cenni ai governi schifosi dei democristiani, mentre l’Urss stava con "i movimenti di liberazione, con tutti i gruppi tesi ad affrancare il proprio popolo da miseria e violenza". Perché, si chiede il prof calabro-californiano, "l’America ha potuto lasciare che il suo nemico si appropriasse per decenni di ogni corrente progressista, occupasse senza resistenza il territorio universale della speranza?". Oggi è la stessa cosa, gli americani "guardano con sospetto a ogni passeggero di origine mediorientale" e "magari" lo spediscono "senza processo a Guantanamo". Magari no, visto che lì ci sono solo i combattenti catturati in Afghanistan e nessun altro.
La tesi di Bencivenga è che la democrazia in America non c’è, trattasi di fiction, di un espediente in mano all’oligarchia, con "eletti" che si mettono "d’accordo fra loro su come stravolgere i risultati delle elezioni". Anzi "le cause storiche e sociali dell’esistenza della democrazia americana sono egoistiche e spesso abiette". L’America rasenta il male assoluto, scrive Bencivenga, il quale trova "spregevole che esistano persone disposte a lottare contro l’aborto". Scrive Benci: "Qualcuno ricorda che Hitler asserì di aver imparato la tecnica dei campi di concentramento dalle tattiche americane nella lotta contro gli indiani"; l’America "esporta violenza", "bombarda donne e bambini", "ha praticato il genocidio", "imbavaglia la stampa", mette "in pericolo la legalità dell’aborto", fa "uso sistematico dei campi di concentramento", per non parlare della "bomba atomica" e delle "pratiche eugenetiche" contro "gli imbecilli", quest’ultima "un’attività dello stesso tipo di quelle del dottor Mengele, insomma, cioè, di una persona che potrebbe rivaleggiare con Hitler per lo status di pubblica icona del Male Incarnato".
Bencivenga almeno spiega agli antiamericani d’Italia che in America esistono gli anticorpi e che se sappiamo quanto male abbia fatto al mondo lo sappiamo grazie alle forze del bene yankee. Quali sono? Be’, è difficile trovarle. A Bencivenga non va bene niente, né i commessi "alti, belli, snelli, attraenti e biondi" di Abercrombie & Fitch ("non vende più soltanto vestiti, vende sesso"), né il sistema di misurazione che costringe tutto il resto del mondo a "laboriose conversioni", né il fatto che gli americani giochino solo a basket e baseball, né la "fallimentare" istruzione pre universitaria. Chissà come mai, Benci trova molto buono il sistema di ingaggio dei professori universitari nonostante gli studenti non sappiano scrivere nella loro lingua e non sappiano "mettere insieme uno straccio di ragionamento". I colleghi? Pfui. "I filosofi americani" sono "mediocri" e "con poco coraggio intellettuale". Nell’America buona, Bencivenga mette solo "gli immigrati", quelli arrivati puri. Anche se poi "sviluppano una naturale inclinazione a sostenere l’economia e la cultura in cui operano". Insomma, ci sono due Americhe per Benci: una è malvagia, l’altra è Bencivenga Ermanno from Reggio Calabria.
17 Marzo 2005