Palin-Biden

New York. Chi si aspettava una performance imbarazzante di Sarah Palin o una delle solite fantastiche gaffe di Joe Biden è rimasto deluso. Il dibattito vicepresidenziale tra la governatrice repubblicana dell’Alaska e il senatore democratico del Delaware – alla Washington University di St. Louis, in Missouri – è stato professionalmente perfetto, oltre che più scorrevole, più interessante e più visto di quello dei loro capi ufficio John McCain e Barack Obama. Ci sono stati dei momenti fenomenali – come quando Palin ha chiamato Fidel e Raul “the Castro brothers”, quasi fossero un gruppo soul – scambi vivaci, le solite esagerazioni sulle posizioni altrui, qualche errore di percorso (Palin ha sbagliato il nome del generale americano in Afghanistan, Biden ha risposto a una domanda che non aveva capito), ma nessun capitombolo o “game changer” in grado di cambiare la corsa alla Casa Bianca. L’unica cosa che potrebbe mutare la dinamica pro Obama è il passaggio, ieri alla Camera, del piano di salvataggio di Wall Street, ma soltanto se riuscisse a togliere la crisi dalla campagna elettorale.
Alla fine del dibattito i repubblicani hanno detto che ha vinto Palin, i democratici che è stato un successo per Biden. Ma il commento più onesto è stato di Mike McCurry, ex portavoce della Casa Bianca di Bill Clinton: “Biden ha fatto fatto più punti, ma Palin ha emozionato di più”. I commentatori televisivi si aspettavano il colpo del ko di Biden della campagna Obama, oggi solidamente in testa nei sondaggi presidenziali, ma Palin non soltanto è sopravvissuta e non ha sfigurato di fronte a uno dei più esperti e preparati politici di Washington, peraltro in una delle sue più convincenti prestazioni di sempre, ma lo ha addirittura messo più volte in difficoltà con un flusso di parole, smorfie, cattiveria femminile e saggezza popolare da lasciare storditi (lui e il pubblico) e senza fiato (lei e i suoi detrattori). Biden è stato molto bravo a spiegare che le politiche di McCain non sono molto diverse da quelle di Bush, ma l’attenzione era tutta per la sua avversaria. Palin ha mostrato una straordinaria sicurezza nei suoi mezzi e si è espressa con un linguaggio diretto, popolare e rurale che non s’era mai sentito in un dibattito politico di questo livello. Le cose che diceva, ma soprattutto il modo in cui le diceva – senza le “g” finali dei gerundi, con l’accento di provincia e un uso industriale di frasi gergali – hanno sottolineato la sua distanza abissale dal forbito, ma verboso, Joe Biden e dall’élite editoriale e politica (sua definizione) che naturalmente si aspettava il trionfo della competenza senatoriale sull’impresentabilità sociale della mamma di montagna. Alla fine del dibattito, i detrattori hanno ammesso che Palin non è la splendida caricatura che ne ha fatto Tina Fey al Saturday Night Live e nemmeno l’impacciata matricola incapace di rispondere alle domande, provando a giustificare la loro delusione con le basse aspettative della vigilia e l’efficace indottrinamento degli uomini di McCain.
Palin resta un oggetto misterioso, una specie di marziano, ma non è una fanatica fondamentalista (sui gay ha la stessa posizione di Obama e Biden), e a St. Louis è stata capace di prendere l’iniziativa su temi come Iran, Iraq e Afghanistan, attaccando duramente le posizioni di Obama (“vuole arrendersi con la bandiera bianca”, “accusa i nostri militari di uccidere i bambini”) e di pasticciare solo sul surriscaldamento terrestre e sulle armi “nucleari” (una parola che, come Bush, non riesce a pronunciare bene).