Mister Hu, butta giù quella muraglia

Milano. La piccola grande svolta nei rapporti sino-americani impressa da George W. Bush con il discorso sulla democrazia alla vigilia della visita ufficiale a Pechino (dal 19 al 21) è tutto tranne che “una gaffe”, come ha ingenuamente titolato ieri un quotidiano italiano che si autodefinisce “comunista” esattamente come la Repubblica popolare. L’appello alla libertà del popolo cinese, all’apertura democratica della sua società e al modello di “Free China” rappresentato da Taiwan non è un incidente di percorso, ma l’obiettivo strategico con cui il presidente americano ha deciso di inaugurare il suo secondo mandato il 20 gennaio scorso. Il discorso nasce dalla presa di coscienza del fallimento della politica “cinese” attuata dal suo predecessore Bill Clinton. Oggi la Cina è un paese che si muove nella direzione opposta a quella degli interessi americani e occidentali e ogni giorno fa passi indietro sul fronte della democrazia e del rispetto dei diritti umani.
Ai tempi di Bill Clinton, il regime totalitario cinese che si apriva all’economia di mercato era considerato “un partner strategico” degli Stati Uniti. Secondo i clintoniani, l’arrivo di capitali stranieri e l’aumento del prodotto interno lordo avrebbe trascinato il partito comunista a riformare anche il sistema politico dopo la liberalizzazione dell’economia seguita alla carneficina di Piazza Tian An Men. In un celebre articolo pubblicato da Foreign Affairs nel 2000, Condoleezza Rice aveva però avvertito quanto la politica clintoniana fosse illusoria. Pechino, scrisse la Rice, semmai era un “concorrente strategico” di Washington. Una volta eletto alla Casa Bianca, Bush ha annunciato che con la Cina avrebbe cercato una relazione “costruttiva, cooperativa e franca”. Cinque anni dopo le relazioni sino-americane non sono né costruttive né cooperative né franche e si ha la prova che le riforme economiche non portano necessariamente la democrazia, non sono condizioni sufficienti per ottenere un miglioramento dei diritti politici e civili.
I rapporti sulle violazioni cinesi dei diritti umani preparati dal dipartimento di Stato segnalano un peggioramento anno dopo anno. Una commissione del Congresso ha confermato la preoccupazione dei diplomatici e accertato situazioni molto critiche sul fronte della libertà religiosa e di espressione, sui diritti dei lavoratori, sulla pianificazione familiare, sullo stato di diritto e sulla società civile. La novità è che la Casa Bianca si è resa conto, come si legge in un memo sulla visita di Bush in Cina preparato dalla Heritage Foundation, che “non c’è nessuna speranza che la Cina si democratizzi da sola, senza la pressione morale e l’incoraggiamento tecnico delle democrazie mondiali”.

Clinton voleva esportare la libertà con il Gsm
“Il discorso pronunciato in Giappone – dice al Foglio Gary Schmitt, capo degli studi strategici avanzati dell’American Enterprise Institute ed esperto di relazioni sino-americane negli anni in cui ha diretto il Project for a New American Century – non è né ordinaria amministrazione né qualcosa di radicalmente nuovo”. Bush è convinto, aggiunge Schmitt, che se la Cina verrà costretta ad attuare le riforme democratiche, si risolverà il problema della riunificazione con la democrazia di Taiwan: “Ma, è un pio desiderio. I taiwanesi non sono interessati alla riunificazione, e questa loro convinzione non dipende certo da che cosa succede o non succede nella Cina continentale. Inoltre, Bush si prende gioco di se stesso se pensa davvero che l’attuale leadership cinese sia interessata ad andare volontariamente in questa direzione”.
L’appello di Bush alla libertà del popolo cinese ricorda un altro discorso pro democracy dai toni reaganiani pronunciato da Bush all’Università Tsinghua di Pechino all’inizio del 2002. Ma c’è anche un precedente recentissimo. Il 9 novembre scorso Bush ha ricevuto alla Casa Bianca il Dalai Lama, nonostante le proteste del governo cinese. L’incontro è avvenuto il giorno successivo la pubblicazione del rapporto parlamentare che indicava la Cina come un serio violatore delle libertà religiose.
Sempre in questi giorni, Washington è riuscita a bloccare un’iniziativa cinese volta a togliere il controllo di Internet agli Stati Uniti per affidarlo all’Onu, ove l’influenza cinese è enorme. L’obiettivo cinese era di controllare il flusso di informazioni a disposizione dei cittadini, ma anche di monitorare le comunicazioni e di localizzare gli utenti. La libertà che garantisce Internet è un tarlo per la dittatura comunista, che già da tempo costringe le aziende americane, come Cisco e Yahoo!, a fornire tecnologia e informazioni per individuare gli utenti anonimi che si oppongono al regime. Bill Clinton si illudeva che “con i telefoni cellulari e i modem” avrebbe diffuso la libertà in Cina. Non è stato così, piuttosto i regimi totalitari usano la tecnologia per reprimere con maggiore efficacia.
I dossier cinesi all’attenzione di Bush sull’Air Force One che lo condurrà a Pechino non riguardano soltanto diritti umani e democrazia. Pechino vorrebbe usare questo vertice per spendersi nello scenario asiatico una specie di endorsement di Washington al “condominio” sino-americano nella regione. Gli alleati di Washington sono terrorizzati da un eventuale disimpegno americano e dalla crescente egemonia cinese. Il discorso di Bush sulla libertà ha risposto anche a questa esigenza di rassicurare gli alleati. A Washington c’è un dibattito tra chi sostiene che rinviare la presa d’atto della minaccia cinese sia un errore e chi, come i clintoniani e i kissingeriani, crede sia meglio aiutarne la crescita e provare a farseli amici. Bush si barcamena, ma anche in questo caso l’approccio più pragmatico, cioè affrontare il problema, sembra coincidere con la spinta a promuovere una società democratica. Tanto più che sul fronte della guerra al terrorismo i cinesi non cooperano, anzi considerano l’egemonia americana una minaccia non meno pericolosa del terrorismo.
I rapporti del Pentagono sul riarmo di Pechino certificano la crescita militare e i piani espansionisti. Il punto di crisi è Taiwan, l’isola semi indipendente, anticomunista e democratica, storicamente sostenuta da Washington ma nell’ambito dell’ambigua politica di “un’unica Cina”. Fino a pochi anni fa, la minaccia militare cinese su Taiwan era improbabile, perché il divario tecnologico tra l’esercito popolare e i mezzi americani a disposizione di Taipei era troppo ampio. La crescita economica cinese ha cambiato prospettiva. Alcuni anni fa, Pechino ha deciso di concentrarsi su tre obiettivi strategici: prevenire l’indipendenza di Taiwan, costringerla a negoziare un accordo alle proprie condizioni e costruire un apparato militare capace di contrapporsi all’eventuale intervento di altre forze, cioè quella americana, in una crisi con Taiwan. Ma la Casa Bianca sa che Pechino ha anche obiettivi geopolitici di lunga gittata, che vanno ben oltre il problema di Taiwan, considerato dai cinesi come una questione di politica interna. Oggi la Cina è il terzo importatore mondiale di petrolio e con il ritmo di crescita dell’economia al dieci per cento annuo si rende conto che l’accesso alle risorse energetiche necessita di una speciale politica estera ed economica nei confronti di medio oriente, Africa e America latina. Ecco perché i cinesi si armano con missili capaci di colpire obiettivi regionali – ma anche “qualsiasi città americana” – e con portaerei, sottomarini, mezzi corazzati, caccia, bombardieri, elicotteri e sistemi antimissilistici russi. Ecco perché Bush, come fece Reagan a Berlino nel 1987, ha chiesto al regime cinese di tirar giù quella muraglia.