Urban CairoLes jours d’avant

Nominato ai César 2015, Le jours d’avant (Algeria/Francia, 2014) dell’algerino Karim Moussaoui e’ un film che invita a riflettere. O almeno ha fatto riflettere me, in questi giorni, dopo averlo vis...

Nominato ai César 2015, Le jours d’avant (Algeria/Francia, 2014) dell’algerino Karim Moussaoui e’ un film che invita a riflettere. O almeno ha fatto riflettere me, in questi giorni, dopo averlo visto al Festival del Cinema Africano di Verona (dove e’ stato premiato con una menzione speciale nella sezione Migranti e Viaggiatori).

Tecnicamente e’ un mediometraggio (47 minuti). In cui ritorna all’Algeria degli anni di piombo, il decennio nero degli anni ‘90, visto dagli occhi di due ragazzi. Siamo infatti nel 1994, a Sidi Moussa, centro urbano situato a circa 20 chilometri dalla capitale Algeri, teatro di gravi massacri durante la guerra civile. La trama e’ semplice: un ragazzo e una ragazza, Djaber e Yamina, sono vicini di casa e frequentano la stessa scuola. Ma non si conoscono. Sembrano destinati ad incontrarsi, ma non ci riusciranno: nel giro di poco tempo, la violenza del terrorismo cambiera’ per sempre i loro destini.

Il regista, Karim Moussaoui (1976), e’ socio fondatore dell’associazione culturale Chrysalide di Algeri, ed ha lavorato come primo assistente nel film Inland del regista algerino Tariq Teguia. Les jours d’avant e’ il suo terzo cortometraggio, scritto con Virginie Legeay, sceneggiatrice e attrice, incontrata nel 2011 in Marocco, nell’ambito del laboratorio di scrittura Méditalents.

Le jours d’avant racconta la storia di una societa’ che esplode da dentro, in preda alla violenza del terrorismo e dell’antiterrorismo, e che per questo si spezza. Ma non è un film militante. Esteticamente esprime una bellezza delicata e solenne, anche quando la telecamera indugia con malinconia su panorami urbani decadenti (merito forse della scelta accurata di utilizzare le note della musica classica che accompagna la colonna sonora). Tutto passa sempre attraverso lo sguardo intimo di due ragazzi che chiedono di vivere soltanto la loro gioventu’. Sono due punti di vista che ben rappresentano le fratture della societa’ di quegli anni in Algeria, e’ stato detto di questo film. Certamente. Quella fra ragazzi e ragazze che non possono incontrarsi. Ma anche fra generazioni che non si parlano e non si confrontano. Yamina, interpretata dalla bella Souhila Mallem che con questa parte e’ stata premiata al Festival des premiers films européens de Angers (Francia), e’ la figlia di un poliziotto che si infuria quando viene a sapere che lei e’ andata ad una festa e la va a cercare.

Quarantasette minuti non sono molti per raccontare la tragedia vissuta dal paese Nordafricano in quegli anni. Ma il film riesce lo stesso a trasmettere l’angoscia di chi vive in una situazione surreale. Chi sono questi uomini che hanno preso le armi contro i loro fratelli? Si fanno strada e suscitano pensieri e reazioni, a volte sconcertanti. Quando si verificano i primi attentati a Sidi Moussa, tra l’altro molti ai danni di agenti della polizia, Moussaoui fa dire a Djaber che all’inizio non era preoccupato. Come se gli attentati fossero un problema solo di politici, poliziotti e giornalisti, spiega il regista in una intervista a Jeune Afrique. Poi un giorno lo stesso Djaber e’ testimone di un omicidio. Un uomo viene assassinato a bruciapelo con un colpo di pistola alla testa, mentre si trova accanto alla sua auto parcheggiata in uno sterrato pieno di pozzanghere. Sul momento il ragazzo rimane scioccato. Poi il regista, Moussaoui, gli fa dire che dopo due ore se n’e’ gia’ quasi dimenticato. Sono le tappe attraverso le quali si passa di fronte alla morte, e la negazione è una di queste.