Alla Casa Bianca, il giorno dopo

New York. Il giorno dopo l’uscita di scena di Donald Rumsfeld dal Pentagono, e la successiva nomina di Robert Gates a segretario della Difesa, si sono scatenate le voci e le indiscrezioni sul futuro della politica irachena della Casa Bianca e sul nuovo riassetto di  potere nell’Amministrazione. Sebbene non sia il Pentagono a compiere le scelte politiche strategiche, a Washington ora tutti si chiedono se questo sia il primo atto della fine della dottrina Bush, ovvero se l’arrivo di un alto funzionario pragmatico e di scuola realista come Gates comporti l’accantonamento della “freedom agenda”, l’abbandono dell’Iraq e uno stop all’influenza hard-liner di Dick Cheney sulle scelte di sicurezza nazionale. Alcuni elementi fanno pensare di sì. Molto probabilmente ci sarà un tentativo di modificare la tattica, non la strategia, che ricorda la “sintesi” sull’Unione Sovietica operata negli anni Ottanta da Ronald Reagan quando si è trovato a mediare tra i falchi e le colombe di allora. Fosse così, non assisteremmo a un cambiamento radicale – se non di gestione, di uomini e di toni – visto che fin dalle settimane successive all’11 settembre, e in Iraq in particolare, la politica estera americana è già il frutto di un compromesso tra due delle tre correnti di politica estera del mondo conservatore (la terza, quella isolazionista, ormai fa incomprensibilmente più presa tra i democratici).
Il primo problema di Bush, adesso, è quello di portare a casa la conferma di Gates con un voto del Senato, con la vecchia maggioranza: l’inizio delle audizioni è fissato per il 4 dicembre. Il secondo è la conferma di John Bolton all’Onu, dove l’altro ieri peraltro è riuscito a convincere il resto del mondo a non sostenere la candidatura del Venezuela di Hugo Chávez al Consiglio di sicurezza. Bush ieri ha chiesto al Senato di confermare la nomina di Bolton.
Per capire che cosa succederà alla politica irachena della Casa Bianca bisogna partire dalla confusione in casa democratica, a cui Bush peraltro ha prima sottratto il totem Rumsfeld e poi, con la nomina di Gates, anche la carta propositiva della commissione Baker. Ieri mattina il Wall Street Journal ha contato sei posizioni diverse sull’Iraq rilanciate in campagna elettorale dal partito che ha appena vinto le elezioni, mentre ieri a pranzo Bush e Cheney hanno incontrato la prossima presidente della Camera, Nancy Pelosi, per valutare gli spazi di una politica bipartisan. Il Congresso non può fare molto, il potere resta interamente del presidente. I democratici potranno soltanto decidere di non finanziare la politica dell’Amministrazione, qualora la ritenessero sbagliata. Un’ipotesi già più volte smentita da Pelosi e dagli altri leader democratici. Al Congresso resta il potere di controllo e di indagine sulle azioni dell’Amministrazione e questo, tra i tanti, è uno dei motivi per cui Bush ha sostituito Rumsfeld. L’ex capo del Pentagono, peraltro, sarebbe stato messo sotto inchiesta anche se i repubblicani fossero rimasti alla guida del Senato perché, per effetto della rotazione delle presidenze di commissione, a presiedere quella sulle forze armate sarebbe andato John McCain, il principale accusatore conservatore di Rumsfeld su quasi tutti gli aspetti della guerra al terrorismo: dal numero di truppe inviate in Iraq, alle tecniche di interrogatorio, fino al famoso “ho perso tutta la fiducia che avevo in Rumsfeld” pronunciato nel 2004 dopo Abu Ghraib. I democratici sperano che la nomina di Gates e il crescente peso dell’ex segretario di stato di Bush padre, James Baker –  definito “il segretario ombra” da New Republic – possano far cambiare direzione alla politica irachena in senso realista e pragmatico, cioè con l’abbandono dell’idea di democratizzare il medio oriente (un tempo una posizione liberal) e con il coinvolgimento di Iran e Siria.
Il profilo di Gates sembra adatto a questa ipotesi, non solo perché il nuovo capo del Pentagono è membro del gruppo Baker che sostiene la proposta, ma anche perché è stato viceconsigliere della Sicurezza nazionale proprio ai tempi della prima guerra del Golfo, quando il suo boss, Brent Scowcroft, e il segretario di stato Baker convinsero Bush padre, contro il parere dell’allora segretario alla Difesa Dick Cheney, a non invadere l’Iraq e ad abbandonare la sollevazione popolare sciita alla repressione di Saddam (il cui risultato è, ancora oggi, una delle maggiori diffidenze irachene sulle reali intenzioni americane). Ci sono altri elementi che vanno in questa direzione: Gates è stato il capo di Condi Rice al Consiglio di sicurezza nazionale e, con l’attuale segretario di stato, condivide la specializzazione in affari sovietici. Oggi Rice guida la parte dell’Amministrazione più favorevole al tentativo di coinvolgere l’Iran e i paesi vicini negli affari di quella regione, un’idea elaborata da Gates in un rapporto del 2004 del Council on Foreign Relations.     (segue nell’inserto I)
(segue dalla prima pagina) Ma c’è anche altro, che va nella direzione opposta. Gates è stato uno dei pochi falchi negli anni di presidenza di Bush padre, specie sull’Urss. Era quello che non si fidava di Michail Gorbaciov ed era ideologicamente più vicino a Cheney che a Colin Powell o James Baker. Cheney, peraltro, ha lodato in modo sperticato il libro di Gates sugli anni della guerra fredda, definiti da Gates “una crociata gloriosa contro un vero impero del male”. Ai tempi di Reagan, Gates non divenne capo della Cia perché coinvolto in qualche modo nell’operazione segreta Iran-Contras, mentre in più di un’occasione è stato accusato di aver manipolato i rapporti di intelligence su Mosca per giustificare le più dure e aggressive politiche reaganiane. Sui giornali realisti come The National Interest scrivono che Gates non cambierà la strategia di base in Iraq, mentre il Wall Street Journal prospetta al massimo un diverso ruolo delle truppe americane in Iraq. Chi lo conosce dice che Gates non è un ideologo, ma un burocrate di grande rango e un eccellente amministratore che saprà far valere le ragioni del Pentagono rispetto a quelle del dipartimento di stato di Condi Rice.
Il presidente del Centro sulle politiche di sicurezza, il neocon Frank Gaffney, crede che con la sua nomina siamo entrati “nella reggenza Baker”, cioè nell’era del ritorno a una politica estera realista: “Purtroppo non c’è nulla di realistico nel credere, per esempio, che gli Stati Uniti possano negoziare con l’Iran. Qualsiasi cosa Gates voglia fare, dice al Foglio un suo amico e collaboratore ai tempi del Consiglio di sicurezza nazionale di Bush padre, dovrà intanto tenere conto della realtà sul campo e soprattutto del desiderio di George W. Bush di non essere ricordato come uno che ha fallito. Ai suoi critici, Bush ha già concesso la testa di Rumsfeld, negli ultimi due anni di presidenza difficilmente sacrificherà anche la sua eredità.