Anna Momigliano, con un articolo abbastanza a gamba tesa pubblicato su Rivista Studio, dal titolo “Colpa nostra?”, ha chiamato in causa, tra gli altri, anche un articolo che ho pubblicato sulle pagine de Linkiesta, dal titolo “Non non siamo la Generazione Bataclan”. Mi permetto di replicare, almeno per quanto mi riguarda.
Scrive Anna Momigliano:
«Andrea Coccia che su Linkiesta rifiuta di essere definito “generazione Bataclan” perché ha manifestato contro il G8 di Genova «davanti a polizia e carabinieri che battevano i passi e i manganelli contro gli scudi» e quindi appartiene alla «generazione che vi aveva avvertiti 15 anni fa» – dove la cosa grave, secondo me, non è tanto che l’autore preferisca identificarsi con una protesta no-global anziché con un teatro preso d’assalto dall’Isis (ognuno ha le sue priorità), quanto che abbia scritto, e senza ironia, che la manifestazione di Genova era un avvertimento che lo Stato islamico sarebbe arrivato. Qual è il sottotesto? Che il Califfato è colpa della globalizzazione? Del capitalismo? O nello specifico del G8?»
Partiamo dalle convinzioni di partenza, perché sono scorrette, sia nel senso che non sono corrette, sia nel senso che mi sembrano abbastanza pretestuose.
Ho scritto che “non siamo la generazione che si è svegliata il 13 novembre dal bel sogno della felicità perpetua e delle birrette il venerdì sera”. Ho aggiunto che vi avevamo avvertiti che quel sogno era una bufala e che stava per finire. Ho citato Genova nel 2001 e Roma e Parigi, queste ultime nel 2003. Non ho scritto che Genova era “un avvertimento che lo Stato islamico sarebbe arrivato”, e non l’ho scritto perché ha ben poco senso e per due motivi.
Uno. Non ha senso perché quando scappavo lontano dalla polizia a Genova le torri gemelle erano ancora al loro posto. Due. Non ha senso perché non intendevo dirlo, visto che a Genova, Parigi, Roma, Firenze e in tutte le altre manifestazioni di critica alla globalizzazione l’avvertimento non era “Occhio che andando avanti così arriva il califfo nero”, ma più semplicemente, “Occhio che andando avanti così ci facciamo molto male”.
Occhio che il mondo va a scatafascio, che la finanza deregolata farà crollare l’economia, che i più ricchi devono pagare più tasse dei più poveri, che per indossare un maglione qua in Italia non deve essere sfruttato uno schiavo nel quarto mondo. Insomma, che se continuiamo a perpetrare politiche che rendono il mondo in cui viviamo sempre più ingiusto, sempre più costituito su diversi livelli di sfruttati e sfruttatori, la felicità che pretendiamo come diritto sarà un gran miraggio per tutti.
Dicevamo che era colpa nostra? No, che era anche nostra responsabilità. E pretendevamo che i nostri governi prendessero in carico quei problemi: i problemi ecologici, sociali ed economici del mondo in cui vivevamo. Quelli che ora ci respirano sul collo e che allora, invece, con un mondo che era un po’ più semplice di quello in cui sguazziamo ora, forse ancora si potevano correggere, o quanto meno affrontare.
Chioso e concludo: Anna, non credere di essere fuori dal ciclo di cui parlava con saggia preveggenza Francesco Costa. Ne facciamo parte tutti.
«Purtroppo abbiamo fatto il callo al ciclo di queste cose. Ieri le notizie, oggi il disegnino, domani “Io non sono Parigi”, poi i complotti», scrive Costa. Ma non si accorge che quello a cui abbiamo fatto il callo è semplicemente il più umano dei cicli umani, quello che trasforma il “reale” in “culturale”. Una roba che altri chiamano conoscenza.
Le notizie. Il disegnino. L’”Io non sono Parigi”. I complotti.
Pensateci un attimo, che differenza c’è se le chiamo così: Il fatto. La rappresentazione. La metabolizzazione. La narrazione.
Anzi, se la chiamo così mi accorgo che è pure una figata, perché mi accorgo anche che lo facciamo continuamente, mica solo con le stragi. Qualche esempio? Il cucchiaio di Totti. Il video del cucchiaio di Totti. Le chiacchiere sul cucchiaio di Totti. La moviola: non era rigore. Non ti piace il calcio? Proviamo con il cibo. Il panino di McDonald. La pubblicità del panino McDonald. la critica al panino di McDonald. L’ideologia Slow Food.
Ci sono due livelli di ironia. Il primo: quella, per quanto ti sforzi di essere fuori dal ciclo, in realtà ne sei parte integrante. Non si sfugge: perché abbiamo superato da un pezzo il Novecento. E dovremmo saperlo che dopo ogni narrazione c’è la meta narrazione, dopo ogni discorso il discorso sui discorsi. Esattamente come dopo il Complotto c’è il Sarcasmo. Come dopo la Moviola c’è il Meme. E come dopo Slow Food c’è il crudismo.
Il secondo è quello che parte dal presupposto che l’ironia un atto superiore, e come tale lo può compiere soltanto chi quel cerchio lo chiude e lo disegna. Non noi quindi.
Noi se fossimo in un film ci arrenderemmo e chiameremmo Mr Wolf a pulire i resti di cervello dello spacciatore sui sedili posteriori della nostra Chevrolet Nova del 1974. Ma visto che io non sono John Travolta e tu non sei Samuel Jackson, chiediamo aiuto al Deboscio.