Le lettere di Natale, di solito, cominciano con il tradizionale “Caro Babbo Natale”, sono piene di buoni propositi per l’anno che verrà e chiedono in cambio qualche dono.
È invece molto diversa la Lettera di Natale di 11 preti del Triveneto, fra cui don Albino Bizzotto dei Beati i costruttori di pace e don Pierluigi Di Piazza del Centro Balducci di Zugliano (Ud), principale animatore dell’iniziativa: contiene una forte critica alla politica antisociale del governo Monti e alle pretese delle gerarchie ecclesiastiche di voler imporre per legge i valori cattolici proclamati «non negoziabili», e alla Chiesa chiede di cambiare nel profondo, di schierarsi senza esitazioni ed incertezze dalla parte degli oppressi, dei poveri e degli emarginati, di demolire i muri e abbassare i ponti levatoi che la separano dalla storia e di aprire le porte ai divorziati, agli omosessuali, al sacerdozio femminile, ai preti sposati. Potrebbe sembrare una lettera eversiva, in realtà, a giudizio degli 11 – «un piccolo gruppo di preti impegnati in parrocchia, in carcere, sulla strada, nell’accoglienza dei poveri e degli stranieri, per la giustizia e la pace» –, è semplicemente evangelica.
«La crisi economica, causata da una finanza autoreferenziale e senza etica, provoca ricadute drammatiche sulla vita delle persone, delle famiglie» e di interi popoli, «in nome del primato del mercato», scrivono i preti. «La causa è strutturale ed esige un’altra visione del mondo, un’economia di giustizia e di uguaglianza reali». Invece «i tagli operati nel nostro Paese non hanno riguardato denaro e immobili dei ricchi né i cacciabombardieri F-35, ma scuola, sanità e welfare», e hanno colpito «fasce di popolazione già deboli e in difficoltà». Troppo spesso «la giustizia viene pronunciata con solennità da chi la calpesta» e «le dichiarazioni di pace coprono azioni di guerra». La «crisi della politica» è diffusa, aggiungono, riguarda «i contenuti, la rappresentatività, i metodi» e spesso «si concretizza in un apparato di privilegi separato dalla società, in modalità, linguaggio e comportamenti troppo spesso offensivi della dignità, del lavoro, delle fatiche, dell’onestà dei cittadini».
Dai mali della politica, ai peccati della Chiesa, «a cui con convinzione e consapevolezza critica apparteniamo come preti»: il matrimonio di interessi con alcuni partiti e l’arroccamento nel fortino dei princìpi. È evidente, denunciano, «la pretesa impropria di una parte politica che afferma di rappresentare e di difendere i valori cattolici con l’approvazione della gerarchia della Chiesa, mentre manifesta convinzioni, atteggiamenti, comportamenti riguardo al neoliberismo, ai privilegi, alla guerra, all’immigrazione, contrastanti il messaggio del Vangelo con evidenze di corruzione e immoralità». Il “sogno” degli 11 religiosi – che dichiarano di sentirsi «uniti» a tutti quei movimenti per la riforma delle strutture ecclesiastiche che negli ultimi mesi, a partire dall’Austria dove oltre 300 parroci hanno firmato un “Appello alla disobbedienza” subito sottolineato in rosso dal papa, si sono diffusi in tutta Europa ma assai poco in Italia – è quello di una Chiesa «dal volto evangelicamente più umano», che riprenda in mano i fili spezzati del Concilio Vaticano II: il dialogo con le altre religioni, le altre Chiese e le altre culture, l’impegno «a ritrovare una comunione reale con i divorziati e risposati» e «a valutare presenza e partecipazione nella comunità ecclesiale di omosessuali, eterosessuali, transessuali», la capacità «di interrogarsi responsabilmente sul sacerdozio alle donne, sul celibato dei preti, sull’ordinazione di uomini sposati».
Ed è l’idea stessa dei «princìpi non negoziabili», sempre più spesso usati dalle gerarchie ecclesiastiche sul terreno politico per dividere i “buoni” dai “cattivi” ad essere contestata dagli 11 preti autori della lettera. La Chiesa, scrivono, non deve considerare nessun valore «non negoziabile», ma deve reputare «fondamentale ascoltare, e quindi dialogare, con le persone sulle loro storie di vita; l’esperienza di una Chiesa povera e abitata dai poveri, liberata dall’abbraccio mortale con il potere economico, politico, militare, mediatico. Di una simile Chiesa c’è bisogno in ogni momento della storia».
La conclusione è nel segno della speranza. «Ci pare di scorgere in noi preti frmatari e in tante persone l’esigenza profonda, irrinunciabile di un risveglio culturale ed etico, politico e spirituale per una nuova visione del mondo», scrivono. «Anche nella complessità e nella crisi individuiamo i segni che ci incoraggiano. Non arrendiamoci dunque, ma disponiamoci a rendere ragione con la vita della speranza che è in noi per un mondo nuovo e una Chiesa del Vangelo».