Nazioni unite nell’antisemitismo
"Il sionismo è razzismo"
(Risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 10 novembre 1975)
L’Onu è profondamente antisraeliana, antisionista e quindi antisemita. Eppure Israele è l’unico Stato nato in seguito a una risoluzione dell’Assemblea Generale dell’Onu, nel novembre del 1947 (33 voti a favore, 13 contrari, 10 astensioni). Ma è anche l’unico Stato al mondo il cui diritto all’esistenza sia stato messo in discussione da una successiva risoluzione, l’unico Stato membro cui non è consentito partecipare pienamente ai lavori delle Nazioni Unite. Israele, per prassi consolidata, non ha gli stessi diritti degli altri paesi membri, nonostante la Carta delle Nazioni Unite stabilisca che l’organizzazione «si fonda sul principio dell’uguaglianza dei suoi membri». Israele è meno uguale degli altri. Fino a pochi mesi fa Israele non faceva parte di nessun gruppo regionale, così da non poter essere eletto né al Consiglio di Sicurezza né in nessun altro comitato o commissione. Diciotto Stati arabi su ventitrè non accettano l’esistenza dello Stato d’Israele, figuriamoci l’idea di poterci lavorare fianco a fianco nello stesso gruppo regionale. Ora, grazie ai soliti americani, Israele è entrato nell’onnicomprensivo supergruppo dei paesi occidentali che comunque non consente ancora la partecipazione a gran parte delle attività delle Nazioni Unite. In un’intervista al quotidiano israeliano «Yediot Ahronoth», Kofi Annan ha dato una clamorosa conferma di questo status inferiore dello Stato ebraico. Il giornalista gli aveva chiesto se riusciva «a immaginare Israele seduto nel Consiglio di Sicurezza» e Annan ha risposto: «Sì, non escludo la possibilità che un giorno Israele diventi un membro del Consiglio di Sicurezza». Ma invece che denunciare la vergognosa esclusione cinquantennale, Annan ha posto una condizione alla piena partecipazione di Israele ai lavori delle Nazioni Unite: «Dipende dai progressi che riuscirete a conseguire nel risolvere il conflitto con i palestinesi». Condizione, ovviamente, mai posta alla Siria, all’Egitto, all’Iraq, all’Arabia Saudita, al Marocco, all’Iran e a tutti gli altri paesi coinvolti al pari di Israele nel conflitto mediorientale.
Israele non può far parte della commissione sui diritti umani di Ginevra, pur essendo l’unico paese del Medio Oriente che li rispetta. L’accesso gli è precluso, ma Israele è argomento di costante attenzione da parte degli altri membri, anzi occupa metà del tempo dei lavori della commissione. Nonostante la popolazione israeliana sia pari allo 0,10% della popolazione mondiale, lo Stato ebraico è al centro del 40% dei voti dell’Assemblea Generale.
La commissione Diritti umani non batte ciglio sugli abusi nei paesi dittatoriali, ma ogni anno approva quattro, cinque, talvolta otto, risoluzioni contro Israele, per violazioni dei diritti umani che fanno sorridere se paragonate alla barbarie professata e attuata dai suoi accusatori.
L’uccisione dell’ispiratore dei terroristi kamikaze, lo sceicco Ahmed Yassin, solo per citare il caso più grave, è stato condannato con 31 voti, 18 astenuti e il solo voto contrario di Stati Uniti e Australia. Le dittature islamiche e i regimi comunisti, se c’è di mezzo lo Stato ebraico, abbandonano improvvisamente la «neutralità» invocata in altre occasioni e non lesinano condanne per «la disperata situazione» dei palestinesi creata da Israele col «pretesto» di distruggere la rete degli assassini-suicidi.
Succede la stessa cosa anche in altri ambiti internazionali: la Magen David Adom Society, la Croce Rossa ebraica nata nel 1930, non è accettata dalla Croce Rossa Internazionale perché non adotta come emblema né la croce cristiana né la mezzaluna islamica. Eppure il simbolo della Croce Rossa non nacque con un significato religioso. Era semplicemente la bandiera svizzera con i colori invertiti. Nel 1929, però, gli Stati islamici imposero, proprio per ragioni religiose, la Mezzaluna accanto alla Croce Rossa. La Magen David Adom, che ha per emblema la Stella di Davide Rossa, è stata esclusa dalla Federazione internazionale.
Le Nazioni Unite non sono mai riuscite a rendere onore alle vittime dell’Olocausto nazista prima del 2005, nonostante il Segretario Generale Annan abbia ricordato che l’Onu è nato proprio come risposta ai lager nazisti. In occasione del cinquantenario della liberazione di Auschwitz, nel 1995, i russi e i paesi arabi si opposero a una sessione a hoc sull’Olocausto. Annan c’è riuscito nel 2005, dopo mesi di trattative e di sforzi diplomatici e convincendo infine solo 150 Stati su 191 ad accettare la proposta di onorare il sessantesimo anniversario. È impossibile sapere quali paesi abbiano detto di no. L’Onu ha fatto sapere che quel voto era segreto. Il «Corriere della Sera» ha scritto: «C’è da notare che per ottenere l’assenso del blocco arabo-musulmano, contrarissimo alla commemorazione, è avvenuto un segreto do ut des: in cambio del ricordo dell’Olocausto, Kofi Annan ha dato il via alla risoluzione contro il Muro israeliano». Il giorno della commemorazione, il 24 gennaio del 2005, i banchi dei paesi arabi e musulmani sono rimasti vuoti. Gli unici presenti sono stati l’Afghanistan appena liberato dagli americani, la Turchia e la Giordania.
L’irlandese Mary Robinson ha denunciato spesso i crimini di guerra israeliani, ma ha taciuto sugli sgozzamenti e sugli innocenti uccisi dalla furia islamica. Quando Israele le negò il visto di ingresso, ha detto Joshua Muravchik, l’ex-Alto Commissario per i diritti umani scrisse ugualmente il rapporto, dedicando «migliaia di parole per castigare Israele e solo un breve spazietto per condannare i kamikaze». Secondo l’Onu «il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione» è «unquilified», assoluto, cioè non importa se i palestinesi abbiano o no la volontà di vivere in pace con Israele.
Nel 2002, un’altra risoluzione della commissione sui diritti umani ha «affermato il legittimo diritto del popolo palestinese di resistere all’occupazione israeliana», aggiungendo che «facendo questo, il popolo palestinese sta esaudendo uno degli obiettivi e dei propositi delle Nazioni Unite». Per evitare che ci fossero dubbi sul verbo «resistere», il documento ha richiamato la risoluzione dell’Assemblea Generale 37/43 del 3 dicembre 1982. Quel testo, cui si opposero gli americani e finanche gli europei, affermava «la legittimità della lotta dei popoli contro le occupazioni militari con tutti i mezzi a disposizione». Come ha scritto Muravchik, quelle ultime sei parole significano una sola cosa: «terrorismo».
Il documento della commissione è passato con 40 voti a favore, cinque contrari e sette astensioni tra cui, ignominiosamente, l’Italia. Gran Bretagna, Germania, Canada, Guatemala e Repubblica Ceca hanno votato contro, mentre Francia, Belgio, Spagna, Portogallo, Svezia e Austria hanno sposato quel testo antisemita insieme con i peggiori dittatori del mondo.
Il punto più basso è stato raggiunto nel 1975, quando il dittatore razzista e assassino dell’Uganda, Idi Amin Dada, (almeno 200 mila morti all’attivo) tra gli applausi degli ambasciatori presenti chiese l’espulsione di Israele dall’Onu e lo «sterminio» dello Stato ebraico. Quel giorno l’Assemblea Generale approvò – con 72 voti a favore, 35 contro e 32 astensioni – la famigerata risoluzione che è passata alla storia con il titolo «il sionismo è razzismo». Era il 10 novembre 1975, il trentasettesimo anniversario della Notte dei Cristalli (1938), la notte in cui i nazisti bruciarono le sinagoghe e attaccarono le comunità ebraiche. Il Segretario Generale, Kurt Waldheim, ex-nazista, rifiutò di condannare la risoluzione. L’ambasciatore americano Daniel P. Moynihan, il cui discorso fu preparato dall’intellettuale neoconservatore Norman Podhoretz, disse che «c’è qualcuno convinto che i nostri assalitori siano motivati dalle cose sbagliate che facciamo. Ha torto. Ci attaccano per le cose buone che facciamo. Perché siamo una democrazia. Non è un caso che mercoledì Sua Eccellenza il Maresciallo di Campo Al Hadji Amin Dada abbia invocato “l’estinzione dello Stato di Israele”. E non è un caso, temo, che questo assassino razzista sia il capo dell’organizzazione per l’Unità Africana. Israele è una democrazia. E le dittature cercheranno qualsiasi occasione per distruggere la cosa che le minaccia di più, cioè la democrazia». Sedici anni dopo, il 16 dicembre del 1991, con un voto di 111 a favore, 25 contrari e 13 astenuti, l’Assemblea Generale ha revocato quell’infamia. All’inizio del suo secondo mandato, George W. Bush ha nominato ambasciatore americano alle Nazioni Unite uno dei funzionari di Washington che più di ogni altro si è battuto per cancellare quella macchia: John Bolton, l’ex-sottosegretario al Dipartimento di Stato che durante la prima Amministrazione Bush aveva la delega alle Organizzazioni internazionali.
Ma sono passati altri dieci anni e l’infamia nazioniunitesca è ritornata. Nel 2001, a Durban, in Sudafrica, la solita Mary Robinson ha organizzato una Conferenza mondiale contro il razzismo che si è subito trasformata in un carnevale di fantasmagoriche accuse contro Israele e contro gli ebrei, come negli anni ’30 in Germania.
La trappola antisemita era stata preparata per benino, e col bollino Onu, nei mesi precedenti la Conferenza, durante un meeting in Iran. Il regime razzista degli Ayatollah aveva vietato la partecipazione a ebrei e curdi. L’Alto Commissario Robinson non ha avuto nulla da dire.
La conferenza, tenutasi pochi giorni prima dell’attacco islamista a New York e Washington, è stata usata come megafono antisraeliano e antisemita. Razzista è diventato Israele. L’unico Stato libero e democratico del Medio Oriente, l’unico posto nella regione dove gli arabi votano e sono eletti in Parlamento, è diventato l’imputato della Conferenza contro il razzismo, su incitamento di campioni delle libertà come il dittatore comunista Fidel Castro (che ha parlato di «genocidio» perpetrato dagli israeliani) oppure di Yasser Arafat, l’inventore del terrorismo arabo-palestinese. Kofi Annan è stato al gioco, e ha aperto i lavori avvertendo che l’orrore dell’Olocausto non può certo far dimenticare la condizione dei palestinesi. In questo clima, migliaia di manifestanti e di delegati hanno marciato per le strade di Durban contro Israele e contro gli Stati Uniti. È stata preparata una bozza di Dichiarazione che, di nuovo, definiva il sionismo una forma di razzismo (insieme con l’antisemitismo e l’islamofobia). In quel documento Onu, Israele era accusato di praticare «pulizia etnica» e «apartheid», di «commettere crimini di guerra», «disumanità» e di «negare cibo e acqua ai palestinesi». Il comma 55 della Dichiarazione metteva il mondo in guardia sulla «crescita delle pratiche razziste di sionismo, così come sull’emergere di movimenti violenti e razziali che si basano sul razzismo e sulle idee discriminatorie, in particolare il movimento sionista che si basa sulla superiorità razziale». Stati Uniti e Israele il 3 settembre abbandonarono la Conferenza. L’Unione Europea, pur condannando il testo, rimase lì a discutere di antirazzismo con i razzisti.
L’ex-ambasciatore israeliano all’Onu, Dare Gold, ha raccontato che nel 2000, subito dopo il ritiro dal Libano, tre soldati israeliani furono rapiti a Shebaa Farms, un piccolo pezzo di terra sulle alture del Golan conquistato da Israele nella guerra vinta con la Siria nel 1967. I servizi israeliani ebbero notizia che il rapimento era stato ripreso dalle telecamere dell’Unifil, la missione di pace delle Nazioni Unite. L’inviato di Kofi Annan in Medio Oriente, Terje Roed-Larsen, negò l’esistenza del video. Ma era una bugia. Tempo dopo, l’Unifil ammise di avere la cassetta. Evidentemente non la volle consegnare agli israeliani, proprio perché li avrebbe aiutati a rintracciare i rapitori. Dei tre soldati non s’è mai più saputo nulla. Roed-Larsen è la stessa persona che per conto dell’Onu, dopo il cosiddetto «massacro» di Jenin del 2002, disse che «Israele aveva perso ogni principio morale». Un’inchiesta delle stesse Nazioni Unite successivamente riconobbe che non ci fu alcun massacro.
Roed-Larsen ha guidato la Un Relief and Works Agency for Palestine Refugees (Unrwa), l’Agenzia che si occupa dei profughi palestinesi ma che ha una gestione separata dall’Alto Commissariato per i rifugiati (Unhcr). Non è soltanto una questione di sigle. È una differenza sostanziale dettata dal sentimento antisraeliano delle Nazioni Unite. L’Alto Commissariato per i rifugiati ha, infatti, l’obiettivo di trovare abitazioni permanenti ai profughi, mentre l’agenzia che si occupa dei rifugiati palestinesi no, non ha questo compito. Deve soltanto assistere i profughi dentro i campi creati dagli Stati arabi che non volevano, e non vogliono, ospitare i fratelli palestinesi. I paesi arabi hanno sempre rifiutato in sede Onu una soluzione al problema, preferendo mantenere i palestinesi dentro i campi e quindi, con la complicità delle Nazioni Unite, non perdere uno strumento di pressione internazionale contro Israele. Ma c’è di più. L’Onu non solo non risolve il problema, ma lo ingigantisce. Prova ne è la differente definizione di «profugo», a seconda se è palestinese o no.
L’Alto Commissariato per i rifugiati, quello che si occupa dei profughi di tutto il mondo, definisce i suoi protetti «chi, a causa del fondato timore di essere perseguitato, si trova al di fuori del proprio paese di cittadinanza». Questa definizione non comprende i discendenti dei profughi. Come ha scritto Daniel Pipes, «i cubani che sono fuggiti dal regime castrista sono profughi, ma non lo sono i figli nati in Florida» perché, appunto, sono nati in un paese dal quale non sono mai scappati.
Le regole dell’Unrwa, che si occupa solo dei palestinesi, sono diverse. Sono profughi coloro che vivevano nella Palestina amministrata dagli inglesi «tra il giugno 1946 e il maggio 1948» e che «hanno perduto le loro case e i loro mezzi di sostentamento in conseguenza del conflitto arabo-israeliano del 1948». A questi, l’Unrwa aggiunge «i discendenti delle persone divenute profughi nel 1948», anche se figli di un solo genitore profugo. Ecco che i profughi palestinesi causati dalla guerra araba contro Israele nel 1948 si sono moltiplicati. All’epoca, secondo dati Onu, erano 726 mila (anche se altri studi riportati da Pipes parlano di 420 mila e di 539 mila). Se si applicassero le regole che valgono per tutto il mondo, oggi i profughi sarebbero 200 mila. Ma visto che di mezzo c’è Israele, l’Onu ha trasformato i 726 mila profughi di sessant’anni fa in 4 milioni e 250 mila persone, aggiungendo figli, nipoti, pronipoti, oltre ai palestinesi che hanno abbandonato le case dopo aver perso le altre guerre scatenate dai paesi arabi per distruggere Israele.
Ovviamente sono gli Stati Uniti, l’Europa e il Regno Unito a pagare il programma di aiuti ai profughi, mentre i paesi arabi non muovono un dito. Gli Usa di George W. Bush – dati dal 2000 al 2003 – hanno versato 112 milioni di dollari (il 34% del budget). L’Europa, attraverso il suo Ufficio umanitario, è al secondo posto con 40 milioni di dollari (12%), così come il Regno Unito. Al quarto posto c’è la Mezzaluna Rossa con 27 milioni di dollari e l’8% del totale degli aiuti. Il primo paese arabo si trova al 32esimo posto ed è l’Arabia Saudita con 250 mila dollari (0,8%). I soldi islamici, in totale, ammontano a 11 milioni di dollari (4% del budget), cioè quanto gli aiuti garantiti da Italia e Danimarca insieme.
La Corte internazionale di giustizia ha condannato Israele per aver eretto un muro di difesa del proprio territorio dagli attacchi terroristici palestinesi. La questione posta alla Corte non era sull’atrocità del terrorismo arabo ma sulla barriera difensiva, come se fosse stata costruita per fare un dispetto. La Corte Onu, insomma, non ha tenuto conto del diritto israeliano alla sicurezza né del fatto che dopo la costruzione della barriera-muro gli attentati terroristici sono diminuiti del 90%.
C’è un’altra stranezza che segnala il pregiudizio antisraeliano. La Corte solitamente si prende un paio d’anni per affrontare anche le più urgenti questioni all’ordine del giorno, come per esempio la causa di genocidio intentata dai bosniaci contro i serbi. Nel caso di Israele in due mesi la decisione era pronta. A fine luglio del 2004, è arrivata anche una risoluzione dell’Assemblea Generale che ha chiesto a Israele di smantellare il muro e di pagare i danni. Le Nazioni Unite non solo non condannano il terrorismo, ma pretendono che Israele non si difenda. La risoluzione è passata a larga maggioranza. Grazie all’attivismo della solita Francia ha ottenuto il voto dei 25 paesi europei, Italia vergognosamente compresa.
Nel 2002 un rapporto indipendente di due centri studi, Council on Foreign Relations e Freedom House, ha accertato che «la politicizzazione in corso dentro l’Assemblea Generale si nota nella sproporzione e nell’ingiusta condanna di Israele nel contesto del conflitto israelo-palestinese, mentre molte altre questioni importanti riguardo le violazioni dei diritti umani sono ignorate o ricevono poca attenzione».
L’Associazione britannica delle Nazioni Unite, nell’agosto del 2004, ha pubblicato un rapporto di 74 pagine con l’analisi delle risoluzioni Onu sul Medio Oriente. Malcon Harper, il direttore dello studio, ha trovato che i documenti delle Nazioni Unite sono «spesso non bilanciati riguardo la lunghezza delle critiche e della condanna delle azioni israeliane nei Territori occupati, al contrario delle azioni kamikaze dei palestinesi». Ancora: «Le Nazioni Unite sono palesemente più critiche con le politiche e le pratiche israeliane che con le azioni palestinesi e dell’intero mondo arabo». Al punto che nelle risoluzioni dell’Assemblea Generale, «la violenza perpetrata contro i civili israeliani, incluso l’uso dei kamikaze, è menzionata solo poche volte e soltanto in termini vaghi».
Nel 2000 il marxista Jean Ziegler, ex-parlamentare svizzero noto per le sue battaglie antiamericane e antioccidentali, è stato nominato Special Rapporteur sul diritto all’alimentazione, un ruolo ricavato all’interno dell’Alto Commissariato ai diritti umani. Ziegler, chiamato in patria il «Noam Chomsky svizzero», anziché occuparsi dei popoli che secondo le stesse Nazioni Unite muoiono di fame, si occupa quasi esclusivamente dei palestinesi, dei «crimini di guerra» israeliani e quindi di inviare lettere ad aziende internazionali invitandole a boicottare Israele.
La Fao, che è l’agenzia per l’alimentazione dell’Onu, ha stilato una lista dei paesi dove c’è l’emergenza fame. I paesi sono 35. Gaza e la Cisgiordania non ci sono, né ci sono mai stati. Lo stesso Istituto di ricerca applicata palestinese sostiene che «lo status nutrizionale dei palestinesi in termini di calorie è aumentato» durante l’occupazione israeliana. Il Comitato Onu sul nutrimento, nel novembre 2003, ha valutato il rischio dei popoli rifugiati e, ancora, Gaza e Cisgiordania erano agli ultimi posti. Il rapporto Onu, sempre del 2003, sullo sviluppo umano ha giudicato la percentuale dei bambini sottopeso a Gaza e in Cisgiordania (3%) più bassa rispetto a quella di qualsiasi Stato del Medio Oriente arabo, dell’Asia orientale, del Sud, del Pacifico, dell’Africa subsahariana e dell’America Latina (con l’eccezione del Cile). Ziegler però se ne è fatto un baffo: non ha speso una parola per lo Yemen, dove i bambini malnutriti sono il 46%, non ha fiatato sulla Corea del Nord dove arrivano al 60%, ma si è impegnato ad accusare Israele di «provocare la fame» e di infliggere ai bambini palestinesi «una qualche forma di danno cerebrale». Nel 2003, sempre zitto sul «diritto all’alimentazione» in Burundi, in Congo, in Liberia, il dirigente Onu ha organizzato un’unica «missione speciale». Dove? Nei Territori occupati.
Nei rari casi in cui si è occupato d’altro, secondo la denuncia di UN Watch, Ziegler ha indossato i guanti di velluto. La situazione in Darfur per Ziegler è semplicemente causa di «preoccupazione». Israele provoca uno «stato di terrore», mentre le atrocità del regime sudanese sono soltanto «presunte».
Ziegler non è un caso isolato. Presidente della sottocommissione per la promozione e la protezione dei diritti umani, in carica fino al settembre del 2004, è stata la marocchina Halima Warzazi. Nel 1988, denuncia un rapporto di UN Watch, bloccò la censura Onu allo sterminio col gas compiuto da Saddam contro i curdi di Halabja. Nella sua relazione di congedo, nell’indifferenza dei dirigenti Onu, Warzazi ha detto che Israele le ricorda la Germania nazista.
A fine dicembre del 2004, Lakhdar Brahimi, uno dei principali consiglieri di Kofi Annan, in un’intervista a una radio belga ha definito «assassino» il premier israeliano Ariel Sharon. L’ambasciatore di Gerusalemme alle Nazioni Unite ha chiesto ufficialmente le dimissioni di Brahimi, ma la burocrazia Onu è riuscita a schivare la richiesta per la chiusura natalizia degli uffici.
Annan invece è rimasto in vacanza per alcuni giorni nel suo ranch in Wyoming, nonostante il disastro umanitario causato dallo tsunami.
Non è la prima volta che a Brahimi scappano commenti antisemiti e antiamericani. Rivolgendosi agli europei, ha detto: «Voi dovreste condannare Sharon quando assassina la gente, invece restate zitti, così come non fate niente quando sradica più di un milione di alberi dai frutteti della Palestina». E poi, al Senato belga: «La comunità internazionale ha accettato troppo facilmente il cinico e ridicolo punto di vista del premier Sharon, che considerava il compianto presidente Arafat l’unico responsabile dell’insicurezza in Israele». Secondo l’algerino Brahimi, la colpa dell’insicurezza di Israele è delle «serie violazioni dei più elementari diritti umani in Palestina», cioè di Israele medesimo. Tutto questo, come è documentato a pagina 155 del libro di Jed Babbin, Inside the Asylum, mentre la bandiera dell’Onu sventola accanto a quella dell’organizzazione terroristica Hezbollah al posto di confine israelo-palestinese di Post Tziporen.
Israele, insomma, non è trattato come uno Stato normale dentro le Nazioni Unite. Eppure è l’unico paese del Medio Oriente a credere fermamente negli ideali originari delle Nazioni Unite. Oggi sono le Nazioni Unite a non credere più ai propri principi.