In transizione

New York. C’è un solo presidente per volta, ha tenuto a precisare il presidente eletto Barack Obama ai giornalisti che gli chiedevano che cosa intendesse fare sull’economia, sull’Iran e su tutte le questioni all’ordine del giorno. Fino al 20 gennaio a mezzogiorno, quel presidente è George W. Bush, ha ribadito Obama parlando alla radio ieri mattina. La collaborazione tra i due, il numero 43 e il numero 44, procede perfettamente, secondo il presidente eletto, a dimostrazione che al di là delle differenze politiche e delle battaglie elettorali, “in America, una volta che si è votato, vale il principio che si lavora insieme al servizio degli obiettivi comuni”. GWB e BHO si incontreranno domani alla Casa Bianca per cominciare a discutere di persona il passaggio di consegne e i dossier più urgenti.
Obama non può permettersi un giorno di pausa, né sul piano interno né su quello internazionale. Ma, almeno, può contare sull’appoggio incondizionato e ammirato della stampa e delle televisioni. Uno dei conduttori di punta della Msnbc, quel Chris Matthews che un tempo era noto per le domande scomode e dirette, ma che già durante le primarie aveva ammesso che quando sente parlare Obama gli “tremano le gambe” per l’emozione, ora ha spiegato in diretta televisiva che “il mio lavoro” è quello “di fare tutto il possibile perché la cosa funzioni, perché questa nuova presidenza funzioni”. Mentre sul Washington Post di oggi, a urne ben chiuse, la garante dei lettori ha ammesso che la copertura della campagna elettorale è stata decisamente favorevole al candidato democratico.
Il sostegno popolare e della stampa fa comodo, ma Obama è consapevole dell’enormità del suo compito, come ha detto nel tradizionale messaggio radiofonico alla nazione di ieri mattina, cercando di rassicurare sui passi che sta compiendo per essere pronto fin dal primo giorno e preannunciando le linee generali dei suoi interventi sull’economia. In poco più di due mesi, il nuovo team Obama deve riuscire a gestire una transizione serena ed efficace, cosa che nel 1992 a Bill Clinton non era riuscita e, a causa dei lunghi riconteggi in Florida, nemmeno a Bush nel 2000. E’ questo il motivo per cui Obama si sta servendo dei più tosti, competenti ed esperti clintoniani, come l’ex chief of staff John Podesta. Assieme al suo capo dello staff Rahm Emanuel e allo stratega David Axelrod, Obama dovrà scegliere con cura il suo cabinet di governo e nominare più o meno cinquemila persone nella nuova Amministrazione (online, su change.gov, il sito dell’ufficio del presidente eletto, c’è anche un modulo per autoproporsi).
La situazione economica è la prima emergenza. Bush ha convocato i leader mondiali a Washington il prossimo 15 novembre, ma non si sa ancora bene in che modo vorrà coinvolgere Obama. Il premio Nobel per l’Economia Paul Krugman, in televisione, ha cominciato a parlare apertamente di Depressione. A ottobre sono stati persi altri 240 mila posti di lavoro, ed è il decimo mese consecutivo in cui sale la disoccupazione. Dopo più di un lustro di vacche grasse, quest’anno quasi un milione e duecentomila posti sono stati spazzati via. Obama e la sua variopinta squadra di esperti economici – di cui fanno parte liberisti di provata fede, regolamentatori dei mercati, interventisti keynesiani, guru della new economy, politici tassa-e-spendi e populisti sociali – hanno sostenuto la necessità di approvare quanto prima un pacchetto di aiuti alla classe media, che secondo la speaker della Camera Nancy Pelosi dovrà però contenere “tagli fiscali permanenti”.
Obama, inoltre, è stato per la prima volta vago sulla sua promessa di alzare le tasse ai redditi più alti, come ha notato gongolante alla prospettiva il primo editoriale del liberista Wall Street Journal.

La reazione di Teheran e di al Qaida
Le Borse non hanno risposto all’elezione di Obama con lo stesso entusiasmo della stampa, ma nemmeno alcune reazioni mediorientali sono rassicuranti. All’Iran, che chissà che cosa si aspettava dal prossimo presidente americano, non è piaciuto che Obama abbia senza esitazioni ribadito di considerare “inaccettabile” il programma nucleare di Teheran e il sostegno degli ayatollah al terrorismo. Obama è sulla stessa strada di Bush, ha detto il ministro degli Esteri di Teheran. E i primi segnali darebbero ragione agli iraniani. Secondo il Washington Post di ieri, Obama non cambierà la politica bushiana su Teheran, anzi “cercherà di costruire la sua sulla struttura assemblata da Condoleezza Rice”. Chi si immaginava un mondo nuovo, sereno e pacifico, grazie alla semplice fine dell’era Bush e all’arrivo di Obama ha dovuto cominciare a fare i conti con la realtà. Chi come Abu Omar al Baghdadi, uno dei capi di al Qaida in Iraq secondo cui l’elezione di Barack Obama rappresenta una vittoria per i gruppi radicali islamici, sarà costretto a farli presto. Più o meno dopo mezzogiorno del 20 gennaio 2009.