Lost in LinkedInLinkedIn: siamo persone, non bottiglie di ketchup!

LinkedIn è il miglior social per fare Personal Branding. Sempre più persone lo hanno compreso. Ma se lo avessero compreso male? Dopo diversi mesi sono finalmente più libero ed ho potuto riprendere...

LinkedIn è il miglior social per fare Personal Branding. Sempre più persone lo hanno compreso. Ma se lo avessero compreso male?

Dopo diversi mesi sono finalmente più libero ed ho potuto riprendere ciò che più mi piace, parlare con le persone. Adesso so che questa non è la notizia che svolterà la tua giornata ma forse è interessante sapere cosa mi chiedono le persone a proposito di social e Linkedin.

Questa settimana ho parlato con 3 persone molto diverse tra loro: un manager, un imprenditore, un ragazzo non esattamente giovanissimo in cerca di un nuovo lavoro. Persone diverse con una richiesta molto simile: come creare un brand su LinkedIn.

D’altra parte non sono affatto sorpreso, è il punto in cui ci hanno portato a furia di slogan, corsi a buon mercato ed un sacco di termini inglesi. Oggi l’idea di costruire un brand, un personal brand, è più forte che mai. E per certi versi è completamente sbagliata.

Attenzione non dico che il concetto sia privo di fondamento, tutt’altro. Il problema è, come si usa dire, mettere il carro davanti ai buoi. Equivocare. Credere che un etichetta sia davvero la cosa più importante e l’unica cosa alle quali le persone fanno attenzione. Non è così. Fortunatamente non è affatto così.

Non puoi costruire il tuo brand

Il problema principale sta nelle parole che usiamo. Se provi a cercare su Google si parla quasi sempre di creare il proprio personal brand, costruire il proprio marchio, fare personal branding. Anche qui non mi sento di dire che sia completamente sbagliato ma è facile porti fuori strada.

La verità è che tutti abbiamo un “marchio personale”. Semplicemente perché si tratta della nostra storia, di tutte le esperienze che ci hanno formato e influenzato, del modo di vivere e di relazionarci con le persone e nel lavoro. Le parole che usiamo, i film che amiamo, ciò che consideriamo importante e cosa no. Dove vorremmo arrivare.

Pensandoci, subentra lo stesso problema con un termine altrettanto utilizzato, reinventarsi; e non è un caso che le persone che iniziano a pensare al personal branding siano in qualche modo convinte di doversi reinventare.

Ma reinventare è un termine tanto sexy quanto pericoloso. Cosa vuoi reinventare? Ciò che sei?

È chiaro che negli anni interessi e obiettivi cambiano ma ciò è naturale, un percorso che tutti intraprendiamo ed al quale non c’è così tanto bisogno di dare enfasi.

Nella maggior parte dei casi invece reinventarsi ha il significato di modellarsi sulla base dei gusti (presunti) del pubblico, di chi ti potrebbe in ultima analisi pagare e comprare. Ed allo stesso modo la maggior parte delle persone si approccia al personal branding: con lo stesso approccio con il quale si disegnerebbe una bottiglia di ketchup che debba essere scelta da uno scaffale.

Notizia: anche le bottiglie di ketchup hanno un’anima

Che poi questo è il più grande paradosso. Personal branding, volendo sintetizzare, è l’idea di adattare ed applicare il branding alle persone. Ma fortunatamente il branding, o se vogliamo il marketing e il modo di fare impresa, è cambiato.

Le più grandi aziende, quelle che tutti conosciamo, o critichiamo, non hanno creato un brand. Hanno avuto idee e valori così forti da rimanere impressi nella mente delle persone e talmente chiari da trovare qualcuno che si identifichi e finisca per amarli.

Il paradosso sta dunque in questo: le aziende cercano di umanizzarsi, e chi sta vincendo sono coloro che ci riescono; gli Umani cercano di vendersi come bottiglie di ketchup su scaffali di un supermercato degli anni 20.

Il tuo Personal Brand su LinkedIn (in modo semplice ed umano)

> Più che costruire pensa

Bisogna prendersi un po’ di tempo per pensare. Una semplice lista di chi si è chi si vuole essere. Non c’è bisogno di slogan a tutti i costi o scimmiottare chi pensi stia avendo successo.

Tu sei tu. Vai bene. Non per tutti. Ma anche questo va bene.

> Empatizza e aiuta

È una frase di Reid Hofmann che trovo splendida come cartina tornasole, c’è esattamente tutto ciò che bisogna fare. Su LinkedIn ma non solo.

Empatizzare: capire, comprendere, mettersi nei panni altrui.

E dunque lavorare affinché anche gli altri possano fare altrettanto con noi.

Un “profilo” umano, ed una comunicazione “umana” ha ad esempio la capacità, o il fine, di rendere evidente ciò in cui si crede, come insomma vediamo il mondo.

La maggior parte dei miei clienti in questi anni mi ha contattato perché si è trovata in linea con un mio modo di vedere le cose. Ho scritto di marketing, di personal branding, di LinkedIn…ma quasi sempre le persone hanno iniziato a parlare con me perché anche loro amano i cani, hanno bambini, o sono stanche del dover seguire un copione prestabilito.

Su LinkedIn, social professionale per eccellenza, sembra un contro senso ma è così che funziona ed è inutile provare a dimostrare il contrario.

È tutto emozioni, relazioni e conversazioni. Aiutare e farsi aiutare. Ed è simile ad una definizione che si usa spesso, “professionale”. Ma professionale non lo dici tu di te stesso, lo dicono gli altri di te. Allo stesso modo il tuo personal brand è più cosa pensano di te gli altri che ciò che ti sforzi a credere.

Come puoi “influenzare” la percezione degli altri? Empatizza e aiuta.

Personal branding e piante

Un altro problema è l’uso di certe metafore, l’ho scritto anche settimana scorsa: ci entrano dentro, ci entriamo dentro e non si esce più.

Il mercato è competizione, lotta, guerra, scontro. Nemici e competitor, target ed altri termini che ti rendono davvero un militare e ti ritrovi con un fucile anche quando fuori c’è il sole e non c’è alcun pericolo. Ma tu vai avanti, combatti. Resisti…che verbo brutto è resistere!

Un modo insolito di parlare di personal brand, l’ho trovato invece in un articolo di Joanne Tombrakos dove lo paragona al prendersi cura delle piante in appartamento. Osserva Joanne che c’è bisogno di semplice ma precise cose:

Di acqua. Perché nessuna pianta può sopravvivere senza. Allo stesso modo il personal branding non è creare ma coltivare. Quanto tempo ci dedichi, quanto tempo dedichi a parlare le persone, fa la differenza.

Di fertilizzante (o cibo). Perché una pianta possa prosperare davvero ha bisogno di cibo. Nel nostro discorso significa aggiungere periodicamente qualcosa che parli di te e ti aiuti a connetterti con le persone; post, blog, messaggi personali, impegnarsi con contenuti altrui.

Anche qui è chiaro che non si può “acquistare” personal brand e che non è una cosa che si acquista e si possiede.

Di luce. E qui il riferimento è molto chiaro; purtroppo si parla di visibilità. E richiede ancora una volta tempo, impegno e relazioni.

Di parassiti. Difendersi dai parassiti. Se è vero che il nostro personal brand è influenzato dagli altri, è bene anche proteggerlo dagli altri. Qui mi viene pensare a quanti “like” pensiamo siano innocenti e non lo sono affatto. Stiamo in realtà dicendo “sono in line con quest’idea e questa persona”. E se non fosse un bene?